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Ritorno allo Stato? Così pare, ma quale e quanto?

L’esito delle elezioni di midterm americane dello scorso 3 novembre invita a una riflessione che supera le contingenze della cronaca politica locale. Se ci si ferma alla superficie delle dinamiche interne dei singoli Stati federati, la lettura resta inevitabilmente parziale. Al netto delle questioni interne a Texas, Michigan, Georgia od Ohio, è possibile estrapolare un motivo comune da questa mappa del voto pro-Dem negli Stati Uniti. Pare infatti di poter dire che esista una linea di tendenza profonda che attraversa l’elettorato oltreoceano e che mostra evidenti analogie con l’orientamento di voto che si sta progressivamente formando in Europa, dalla Spagna alla Francia, dalla Germania all’Italia.
Questo elemento condiviso, che agisce come un vero e proprio motore sotterraneo della politica contemporanea, è una crescente domanda di protezione sociale. Per anni il dibattito pubblico occidentale è stato saturato dalle cosiddette culture wars, però le urne americane e i segnali che giungono dalle società europee indicano che quello scontro di visioni del mondo non scompare, certamente, ma si ridefinisce. Oggi la scommessa politica si gioca altrove e in particolare sulla richiesta di un argine pubblico contro l’incertezza materiale.
La reazione dei cittadini americani di fronte all’esplosione dei data center necessari per sostenere lo sviluppo dell’intelligenza artificiale ne è la dimostrazione più limpida. La mobilitazione che ha influenzato i risultati elettorali, soprattutto a livello statale e municipale, è nata da preoccupazioni molto concrete: la paura dell’aumento delle bollette elettriche, i consumi eccessivi di acqua, il rumore, la trasformazione del paesaggio e la percezione di uno scarso beneficio occupazionale sul territorio rispetto agli enormi incentivi concessi alle imprese dell’hi-tech. Quando gli investimenti miliardari dei giganti dell’AI vanno a colpire le tasche e le bollette delle famiglie, la rivolta scatta subito. Goldman Sachs calcola che quasi la metà dei progetti per i nuovi data center americani è rimasta bloccata da questa ondata di proteste. In molti Stati chiave i democratici hanno vinto le elezioni proprio grazie a impegni concreti: stop temporaneo ai cantieri, tetti ai costi dell’energia e più potere di veto ai cittadini abitanti di quell’area. Il crollo del Nasdaq e le forti vendite sui titoli legati all’intelligenza artificiale registrati subito dopo il voto sono il segnale evidente di come i mercati finanziari abbiano percepito questa inversione di rotta. Non è un caso che la politica dei permessi per le infrastrutture elettriche e digitali diventi un terreno di scontro elettorale. Ciò accade perché tocca direttamente le risorse scarse di una comunità.
Questo scenario americano offre una lezione di politologia fondamentale per i prossimi appuntamenti elettorali che attendono l’Europa nel 2027. A prima vista può sembrare un paradosso, o una mera provocazione, eppure quel che ha decretato negli ultimi anni successi politici a destra – determinando la diffusione della cosiddetta ondata “sovranista” – potrebbe nei prossimi mesi decretare il successo delle forze politiche di sinistra. In Italia, ad esempio. Questo eventuale trasloco di milioni di voti, se ci sarà, non dipenderà tanto dall’abilità di questo o quel partito, perché la loro offerta politica, oggi, è meno importante della domanda che sale dal corpo sociale. E questa domanda si sposta ora qua, ora là, in modo apparentemente erratico, inseguendo chi dimostra di voler mantenere il più possibile una promessa specifica: il mantenimento di uno status sociale e di una condizione generale di benessere. In altri casi, come Francia e Germania, potrebbe invece confermare scelte elettorali “a destra”. Sovranismo o no, sempre della stessa domanda di protezione e autodeterminazione si tratta.
I cittadini occidentali percepiscono che questo benessere sta scivolando via di mano. La riduzione del potere d’acquisto, che si fa drastica per fasce di popolazione fino ad ora solo parzialmente toccate dalla recessione e dall’inflazione, genera un senso di precarietà diffusa. Quando il costo della vita si fa insostenibile, le distinzioni ideologiche tradizionali sfumano. Ciò che conta è la richiesta di una barriera protettiva contro il declassamento. Di Stato c’è sempre bisogno, così sembra. È un’istanza che emerge con forza in ogni tornata elettorale, sia essa un referendum municipale nell’Ohio o una consultazione politica in un grande Paese europeo.
Se analizziamo la natura di questa richiesta di protezione, emerge un profondo orientamento conservativo, se non conservatore. Ovviamente da intendersi in modo post-ideologico, quasi etimologico. In attesa di una proposta credibile che offra alternative di sistema proiettate nel futuro, si osserva la ricerca di un ritorno a una condizione passata, a una sorta di età dell’oro. È il fenomeno che possiamo definire “nostalgismo postmoderno”. Cosa strana è che non riguarda solo le fasce di età più anziane, memori dei famosi Trente glorieuses, di cui parlò l’economista Jean Fourastié, o della Golden Age descritta da Eric Hobsbawm quale stagione appunto aurea dello scorso “secolo breve”. Innanzitutto perché, al netto del giudizio storiografico predominante, quel modello politico fondato sulla sintesi tra democrazia, mercato e protezione sociale è stato assai più longevo nella percezione e nel concreto vissuto dei cittadini. Si è infatti protratto, pur tra i primi affanni e riconversioni industriali, anche lungo gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. La crisi vera e propria è semmai iniziata a partire dal 2008, o giù di lì.
La fiducia nel futuro ha cominciato a scemare, trasferendosi anche alle generazioni più giovani, nate e cresciute negli ultimi vent’anni. Più in generale, di fronte al declino economico e alla perdita di controllo sulla propria quotidianità, l’elettorato esprime sempre una rabbia che nasce dalla paura di ritrovarsi povero, comunque con meno chances. È un malessere che investe direttamente la contrazione di quello che Ralf Dahrendorf, autore oggi ingiustamente dimenticato, chiamava l’insieme delle «chances di vita» (life chances), frutto di un equilibrio dinamico tra le opzioni (options) e i legami (ligatures). Se le prime rappresentano le possibilità di scelta, i beni e le opportunità che una società aperta offre ai singoli, i secondi costituiscono i legami sociali, i vincoli di appartenenza e le garanzie pubbliche che tengono insieme una comunità, dando un senso a quelle stesse scelte. La crisi attuale nasce dal fatto che la modernità più recente ha moltiplicato le opzioni astratte recidendo al contempo le “legature” concrete. La domanda di Stato che sale dal corpo sociale è, in fondo, la richiesta di ricostruire un sistema di ancoraggi e tutele di fronte a scelte che, senza protezione, sono solo velleitarie o precarie. Ma qui la domanda cruciale sorge spontanea: quale e quanto ritorno è davvero possibile? Lo Stato di oggi è ancora in grado di far funzionare quel vecchio ingranaggio che legava insieme il voto, le tutele sociali e la crescita economica? Il mondo intorno è cambiato troppo rapidamente e radicalmente.
Per salvare l’Europa da derive autoritarie o dal rischio di una frammentazione interna, dobbiamo capire cosa chiede davvero chi si sente declassato. Sarebbe sbagliato liquidare questo rimpianto del benessere perduto come un mero tornaconto economico, perché c’è dell’altro. Per la classe media non s’è mai trattato solo e soltanto di un elenco di beni di consumo. Il benessere va inteso come uno stile di vita che include possibilità di scelta le più ampie possibili. D’altro canto, senza la certezza di una sicurezza materiale le libertà civili e politiche si svuotano in gran parte, anche se solo chi è libero può segnalare di quanto pane ha davvero bisogno. Chi conosce un po’ di storia e di teoria politica sa bene che simul stabunt, simul cadent, ossia: libertà e sicurezza si sorreggono a vicenda o crollano insieme. Per garantire le nostre libertà nel tempo dobbiamo essere disposti a cederne una minima parte alla comunità, ma non possiamo accettare di cedere tutto in nome di una falsa promessa di totale sicurezza. Si tratta di un delicato equilibrio che solo una cittadinanza sveglia e partecipe può mantenere vivo e fecondo. Né troppa né poca: la sicurezza richiede un sapiente dosaggio da parte di chi ama il libero vivere associato. E vale pure l’inverso.
Nel 1968 Robert Kennedy, poco prima di essere ucciso, pronunciò questa frase: «Il Pil misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta». Sessant’anni dopo, possiamo ribadire che chi va a votare chiede di difendere uno spazio sociale e rivendica qualità per la propria esistenza. La domanda politica che s’aggira in Occidente concerne dignità, certezze sul futuro e legami comunitari capaci di resistere all’oscillazione continua di mercati totalmente deregolamentati, allo strapotere delle oligarchie digitali e alle insidie del disordine internazionale, per cui il tema della difesa militare si coniuga perfettamente con quello della più generale protezione del proprio tenore di vita. I recenti attacchi cyber ne sono l’inquietante dimostrazione.
Se vuole restare attraente per i più, la democrazia liberale deve dimostrare di saper governare la realtà, non di subirla. Nessuno invoca l’impossibile ritorno a ricette economiche fuori tempo massimo. Eppure lo Stato non può semplicemente alzare le mani davanti al crollo verticale del potere d’acquisto dei suoi cittadini, né restare a guardare mentre i signori delle big tech ridisegnano i territori scavalcando chi ci abita. Quando succede, il patto tra le generazioni va in frantumi e la micro-conflittualità quotidiana diventa la regola. È un film che il Novecento europeo ha già proiettato, e con esiti drammatici. Di recente Angelo Panebianco lo ha spiegato con chiarezza: l’abbraccio letale tra la rabbia di chi si impoverisce, sedotto dai cattivi maestri dell’antipluralismo, e la demagogia degli «arruffapopolo» nasce proprio da qui. Nasce dal senso di totale abbandono che i cittadini provano di fronte a istituzioni pubbliche sorde e impotenti.
Per fermare questa deriva non bastano i richiami retorici alla Costituzione, tanto meno l’indignazione o la condanna morale di chi vota per i partiti anti-sistema. Occorre piuttosto che la politica liberaldemocratica ritrovi la capacità di agire sulla struttura materiale della società. Di Stato c’è sempre bisogno, dunque, ma la qualità della nostra convivenza civile dipenderà da quale Stato saremo in grado di ricostruire e da quanto saremo capaci di coniugare lo sviluppo tecnologico con la tutela della coesione sociale. Quasi sicuramente non è più sufficiente l’azione dall’alto, ma la collaborazione con i corpi intermedi, debitamente rafforzati e sollecitati, potrà fornire alcune risposte più efficaci per tutelare assieme opzioni e legature. Che le democrazie di domani siano davvero poliarchie funzionanti. Va preparato un cocktail gustoso e non esplosivo che mescoli una buona dose di Tocqueville con qualche goccia di Keynes. È tempo di classi dirigenti rinnovate nelle idee, all’altezza di un’epoca che va anzitutto studiata e compresa.