Più dell’ideologia poté il gasolio

Di professione faccio lo storico del pensiero politico per cui so bene quanto le idee possano essere, e siano state, determinanti nelle vicende umane sin dalla notte dei tempi. Anche il più dichiaratamente anti-idealista dei filosofi, Karl Marx, ha di fatto mobilitato centinaia e centinaia di milioni di uomini e donne in nome di un ideale. Eppure, in tempi nei quali il credito di cui godono studi e cultura è piuttosto scarso, sottolineare il peso dei bisogni materiali è operazione intellettualmente necessaria, perché aiuta a capire il nostro presente.
C’è infatti un termometro spietato che misura la febbre delle nostre società occidentali. Non lo troverete nelle aule universitarie, nei think tank o nei salotti televisivi dove ci si accapiglia sulle ultime tendenze del dibattito culturale. Lo vedrete lampeggiare sui tabelloni luminosi delle stazioni di servizio, mentre attraversate strade e autostrade. I dati del Ministero delle Imprese e del Made in Italy non lasciano spazio a interpretazioni bucoliche o a edulcorazioni retoriche: la benzina viaggia stabilmente a 2,029 euro al litro sul self ordinario e a 2,048 euro in autostrada, mentre il diesel si attesta a 2,257 euro sulla rete stradale ordinaria e lambendo i 2,297 euro sui tratti autostradali.
Per un cittadino comune questa raffica di cifre si traduce in un salasso quotidiano; per l’universo dell’autotrasporto suona come un campana a morto. Un tir o un camion che muovono merci e beni primari, anzitutto quelli alimentari, affrontano oggi incrementi di costi semplicemente insostenibili. Basti dire che dalla fine dello scorso giugno il costo di un singolo pieno per un mezzo pesante è lievitato di ben 443 euro. Gli autotrasportatori si trovano stretti in una morsa finanziaria letale, costretti a pagare il carburante alla pompa in contanti o con scadenze immediate, a fronte di committenze industriali e della grande distribuzione che saldano le fatture a 60, 90 o 120 giorni. La rivolta dei tir che in questi giorni minaccia di bloccare le forniture, paralizzare gli snodi viari e svuotare gli scaffali di mezza Italia è l’inevitabile reazione a questo stato di cose.
È la messa a nudo di un’evidenza che la politica contemporanea preferisce ignorare, disabituata forse a pensare e agire in contesti di scarsità o addirittura penuria. La tenuta delle nostre democrazie dipende dal regolare funzionamento della catena del valore e del benessere diffuso. Qui si inserisce il grande equivoco dei nostri tempi. Da anni il dibattito pubblico occidentale è saturato da una colossale battaglia di parole, un’immensa guerra di spettri ideologici che pretende di spiegare l’instabilità delle nostre istituzioni. Si fa un gran parlare, per carità spesso anche a ragione, delle minacce simmetriche e opposte che assediano la città liberale. Da un lato, si denuncia l’avanzata dei nazionalismi risorgenti, l’arroccamento identitario di chi invoca la logica del “sangue e suolo” e le ondate di populismi bizzosi. Dall’altro lato, si stigmatizza la pervasività del wokismo, il nuovo catechismo, con tanto di inquisizione, che tende a conformare e censurare il pensiero entro i confini asfittici delle rivendicazioni minoritarie. Per non parlare di terrorismo e cyber-sicurezza.
Tutto vero, tutto rilevante. Ma il sospetto è che questo titanico scontro di visioni del mondo sottovaluti altri tipi di fattori condizionanti la nostra convivenza. C’è qualcosa di consolatorio per le élites nel ricondurre la crisi della democrazia a una questione di idee, di analfabetismo funzionale dei governati o di cattivi maestri. Ripeto, problemi reali, certamente, ma da abbinare ad altro. Anzitutto, direi la durezza delle “terre rare” e l’odore acre del carburante. Quando il costo della vita si fa insostenibile nelle nostre società post-ideologiche, prevale un tipo di rivolta che contesta, anche violentemente se necessario, l’impotenza dello Stato nel proteggere il potere d’acquisto. È una rabbia per paura di ritrovarsi poveri, non per costruire alternative di sistema.
Sono ormai note a tutti le cause di questa lunga e persistente crisi energetica. Se lo scoppio della guerra russo-ucraina aveva inferto il primo, durissimo colpo alle forniture europee, il definitivo tracollo si è avuto con l’esplosione del conflitto con l’Iran, che ha portato a quella che è la sostanziale chiusura dello Stretto di Hormuz, ovvero l’arteria marittima attraverso cui transita oltre un quinto del petrolio mondiale.
È corretto definire quanto sta accadendo come la prima vera sconfitta strategica sulla propria area di influenza da parte degli Stati Uniti dai tempi del post-1945? La risposta è sì, ma con un’avvertenza fondamentale: non siamo di fronte a un crollo improvviso, bensì al precipitato finale di un deperimento strutturale trentennale. Dal 1945 in poi, la Pax Americana e la conseguente forza d’attrazione dell’Occidente si sono rette sulla capacità di Washington di garantire la sicurezza dei beni comuni globali (in primis la libertà di navigazione sulle rotte marittime commerciali) attraverso una deterrenza militare credibile ed economicamente preponderante. La perdita del controllo effettivo sullo Stretto di Hormuz è l’atto finale del naufragio di quel “Nuovo ordine mondiale” annunciato illusoriamente nel 1990 e ridotto oggi, sotto i colpi dell’unilateralismo imperiale e transazionale, al mercanteggiare trumpiano sulle materie prime o sui costi di gestione della sicurezza.
Siamo di fronte a un’eclissi d’autorità che dissolve la forza d’attrazione dell’Occidente molto più di qualsiasi polemica intellettuale. Quando una superpotenza nucleare non è più in grado di garantire il transito sicuro in un braccio di mare vitale per l’economia del pianeta, vuol dire che il meccanismo di protezione si è inceppato. Il risultato è l’anarchia globale. E a pagare il prezzo più alto è l’Europa, subalterna e incapace di elaborare una visione strategica di lungo periodo.
Proprio nelle prossime campagne elettorali che accenderanno il 2027 europeo, e potrebbero incendiarlo più dei falò di questi ultimi giorni, la questione del sostegno a Kiev sarà uno dei temi caldi, anzi caldissimi. Assisteremo a una politica estera che diventa assolutamente interna. Davanti a elettorati stremati dal carovita, la tentazione populista sussurrerà la domanda più cinica: perché non dare soddisfazione a Putin in cambio di gas e petrolio a basso prezzo e in grandi quantità? Parigi val bene una messa, dopotutto.
Un cinismo alimentato dalla spietata strategia del Cremlino nel Mar Nero. Mosca sta trasformando il cibo in un’arma geopolitica. Colpendo le rotte commerciali marittime, gli attacchi russi hanno provocato un crollo delle esportazioni di grano ucraino, ridotte ad appena il 38% del loro reale potenziale logistico.
La storia del Novecento europeo è lì a dimostrare offre esempi a iosa di come il disordine monetario e l’impoverimento materiale siano il preludio inevitabile del crollo delle istituzioni libere. Il pensiero corre immediatamente alla Repubblica di Weimar degli anni Venti. Certo, quella fu un’iperinflazione da manuale, tragica e folle, in cui si andava a comprare il pane con i cesti pieni di marchi svalutati. Ma l’effetto sociale e politico fu il medesimo che rischiamo di osservare oggi nei ceti declassati: la distruzione sistematica della fiducia nel futuro e la disintegrazione psicologica della classe media. Quando il denaro perde valore ogni giorno, salta quel patto sociale intergenerazionale che tiene insieme una comunità. Siamo ancora lontani da un simile scenario, però la percezione di avere meno dopo aver avuto così tanto per così lungo tempo rischia di essere assai più cocente. La pazienza dell’odierna popolazione europea potrebbe rivelarsi inferiore a quella di generazioni ormai lontane. E su questo fuoco potrebbero soffiare sobillatori interessati. Anzitutto dall’esterno dell’Ue.
La democrazia liberale, per sua natura istituzionale, richiede discussione, mediazione, bilanciamento dei poteri e tempo. Ed è qui che sorge spontaneo l’interrogativo se sia possibile governare davvero l’inflazione e sottoporla a un effettivo controllo politico e monetario. La risposta delle banche centrali, basata sul continuo e simmetrico rialzo dei tassi d’interesse, mostra ormai la corda. Il dato aggregato dell’Unione Europea, certificato da Eurostat al 3,8% su base annua, dimostra che la malattia non è un’esclusiva italiana. Al netto della crescita nominale registrata in alcuni mercati dell’Est come la Polonia, il potere d’acquisto dei salari europei è calato bruscamente del 2% in termini reali. Siccome è indotta dallo shock dei costi energetici e delle materie prime, pensare di curare l’inflazione attuale esclusivamente stringendo i cordoni del credito è suicida. Rischia infatti di innescare una recessione, deprimendo gli investimenti e colpendo ulteriormente imprese e famiglie già in difficoltà per il caro mutui. Occorrerebbe anzitutto una politica industriale energetica comune a livello europeo, non paralizzata dai dogmatismi spesso associati al pur cruciale tema della transizione ecologica, che non può certo essere a tappe forzare. Altrettanto urgente è il ripristino della deterrenza marittima per riaprire gli attuali blocchi commerciali. Non possono insomma bastare misure interne, che inseguano l’emergenza e basta, come, ad esempio, i bonus fiscali.
Le democrazie dell’Europa occidentale si sono consolidate nel secondo dopoguerra grazie alla promessa, mantenuta per decenni, di un benessere lento ma costante, capace di includere le classi meno abbienti. È stato infatti, fra alti e bassi, il circolo virtuoso tra esercizio del voto, protezione sociale e sviluppo economico ad assicurare la stabilità occidentale dal 1945 in poi, guarendo le ferite dei due conflitti mondiali. Fu la crescita e il consolidamento dei famosi ceti medi la colonna vertebrale di quella politia di cui scriveva Aristotele nella sua Politica. Il filosofo di Stagira aveva compreso con ventiquattro secoli d’anticipo che lo Stato migliore e più stabile è quello in cui il ceto medio è numeroso e più potente delle altre due classi (i ricchissimi e i poverissimi), o almeno di una sola di esse, perché solo così si evita l’insorgere delle fazioni radicali e si garantisce la moderazione del governo. La stabilità politica non abita gli estremi ideologici della piramide sociale, ma prospera nel suo centro economico-produttivo.
Questa forza d’attrazione materiale è stata così potente da scavalcare e sgretolare persino la Cortina di Ferro e il Muro di Berlino. Le cosiddette “democrazie popolari” dell’Est – che di democratico, come sappiamo, non avevano assolutamente nulla se non il nome imposto dai carri armati sovietici – sono implose non solo per un anelito spirituale di libertà civile, ma perché il loro modello economico centralizzato non era più in grado di garantire nemmeno i beni di consumo fondamentali, la certezza del riscaldamento o l’accesso a una mobilità dignitosa. I popoli dell’Est invidiavano quelli dell’Ovest per il voto libero e i libri proibiti, ma non solo. Attraeva con forza crescente lo stile di vita occidentale, per la mobilità sociale prometteva, cosicché che il figlio di un operaio avrebbe potuto studiare, emanciparsi e accedere a quel benessere che pareva garantito dal capitalismo democratico e sociale.
Da tempo quel modello fondato sulla sintesi tra libertà e benessere è in affanno crescente. Secondo alcuni, è persino in agonia. Le tutele della classe media occidentale si sono ridotte per assecondare le logiche di una globalizzazione incontrollata e di una classe dirigente imprevidente. Il caro gasolio a 2,3 euro al litro non fa che accelerare questo ultradecennale processo di declassamento. Le nostre istituzioni parlamentari conservano ancora, fortunatamente, una capacità di risposta centripeta e di raffreddamento delle proteste superiore a quella americana, quest’ultima ormai logorata da uno scontro apocalittico tra fazioni identitarie. Ma la tolleranza degli elettorati di fronte al declino economico non è infinita. I pomeriggi di saccheggi e vandalismi urbani, come quelli a Milano, sono senz’altro un pretesto per una furia iconoclasta nichilista, senza un vero perché se non il selfie da un milione di visualizzazioni. Ma da lì potrebbe venir fuori manodopera reclutabile da professionisti del caos, oppure inseribile dentro un malcontento popolare da carovita e impoverimento relativo ma verticale. La vigilanza, sotto ogni profilo, è dunque d’obbligo.
L’Occidente rischia di risvegliarsi troppo tardi dal suo torpore intellettuale, scoprendo tutto d’un tratto che le guerre culturali tra wokismo e sovranismo erano sì rumorose, fors’anche negativamente influenti sul nostro civile convivere, ma era la base industriale a sgretolarsi, pezzo dopo pezzo. Ed è proprio questa a sorreggere da tempo, forse sin dall’origine, l’impalcatura delle socialdemocrazie liberali, che sono, si dirà in punta di dottrina, un ossimoro (o welfare o mercato, tertium non datur), mentre hanno prosperato quale formidabile realtà storica nell’Europa occidentale del secondo Novecento.
Senza una parziale riconfigurazione che permetta ai singoli governi nazionali di rimettere in piedi il circolo virtuoso tra voto, protezione e sviluppo, l’Unione Europea rischia lo stallo e la scomposizione. Se salta la possibilità della crescita e della sicurezza economica del ceto medio, salta la politia. Insomma non vorrei che, alla fine della giornata, la storia continuasse a dimostrare che l’economia detta il tempo della politica, e che più dell’ideologia poté il gasolio.
Un conto è il comunismo come fine, un altro il materialismo storico come metodo. Una piccola dose di marxismo potrebbe non guastare, ma anzi aiutare a capire sia cosa mantiene il patto sociale democratico occidentale, sia su che cosa fanno leva proprio quei leader extra-europei formatisi (anche) a quella scuola di pensiero. Vedi Putin, vedi Xi Jinping. Finché noi rimarremo prigionieri delle nostre sovrastrutture ideologiche, loro continueranno a colpire la nostra struttura. Non so se sia questa la chiave di lettura definitiva della nostra crisi contemporanea, ma merita senz’altro tenerne conto e indagare più a fondo.

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Un pensiero su “Più dell’ideologia poté il gasolio”

  1. si, credo che bisogna indagare più a fondo, fare più raffinate prospezioni. La democrazia non è un’ideologia. Impara e insegna.

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