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Platone e il suo maestro animano Soul, il film di Natale 2020

Tutta la storia della cinematografia occidentale non è che una serie di note a margine di Platone, potremmo dire parafrasando Alfred North Whitehead. All’origine di molto, se non tutto, c’è senz’altro Platone. Sicuramente di un film d’animazione che centra il bersaglio, perché diverte, commuove e fa pensare. Sto parlando di Soul di Pete Docter, prodotto dai Pixar Animation Studios e distribuito dalla Walt Disney Pictures. Lo si può vedere in streaming dal giorno di Natale 2020.
Se volete visioni che facciano riflettere, scomodate la filosofia, quella degli antichi greci anzitutto, che intesero per primi interrogarsi sui fondamentali attraverso una ricerca autonoma della verità, non paga della tradizione e delle ricette preconfezionate, ma desiderosa di giungervi per via di argomentazioni razionali. Pur sganciandosi da mitologia e religione, avendo in sospetto persino la poesia tragica, il filosofo greco soprannominato Platone (il suo vero nome era Aristocle) non disdegna di avvalersi di racconti fantastici di suo conio per meglio spiegare cosa conta nella vita e cosa no.
Sin dal titolo il nuovo film di Docter, regista di due capolavori assoluti come Inside Out (altro film d’animazione, realizzato assieme al co-regista Ronnie del Carmen, uscito nel 2015, sempre per la Pixar) e Up (scritto e diretto con Bob Peterson, uscito nel 2009), entrambi premiati con l’Oscar, richiama alla mente un termine-concetto chiave nel lessico platonico, tant’è che la parola compare per ben 1143 volte nei suoi dialoghi (34 quelli riconosciuti come autentici, effettivamente attribuibili al filosofo, autore anche di un monologo, l’Apologia di Socrate, e di 13 lettere). Stiamo ovviamente parlando di psyché, che si avvicina al lemma moderno di “anima”, perché il greco ψυχή è connesso con ψύχω, “respirare, soffiare”, simile ad ànemos, “soffio, vento”, ad indicare il respiro vitale che rende animato e significativo un corpo umano.
Come ha scritto Giovanni Reale, uno tra i maggiori studiosi di Platone, «si può considerare la psyché nelle sue funzioni, e quindi la si può trattare in senso operativo-funzionale; oppure la si può considerare nella sua natura, e quindi in senso ontologico e metafisico; oppure ancora la si può considerare dal punto di vista escatologico, nelle sue sorti nell’aldilà, e quindi in dimensione religiosa». Di tutti e tre questi aspetti ci parla Soul, parola che in inglese vuol dire appunto “anima”. Non voglio qui spoilerare né il finale e nemmeno la trama del film, ma accennare ad alcuni passaggi che fanno capire come all’origine di tutto vi siano la filosofia greca ed in particolare le teorie di Platone, il più capace di tutti a tenere assieme una civiltà che stava passando dall’oralità alla scrittura, dalla comunicazione verbale fondata su un metodo mimetico-poetico a quella di tipo dialettico-confutatorio, inaugurata dal suo maestro Socrate. In Platone il mito continua ad avere importanza, svolgendo una funzione essenziale al servizio della ricerca della verità secondo ragione. Esemplifica e così ci comunica quanto risulta meno facilmente intuibile per esclusiva via logico-intellettuale.
Il film ci parla di anima e di cosa sia una vita felice. La felicità in greco si dice eudaimonìa (εὐδαιμονία), che alla lettera vuol dire avere ottenuto un buon (εὖ, èu) demone (δαίμων, dàimōn), inteso quest’ultimo non come demonio, spirito malvagio, bensì come genio, spirito guida, coscienza che ti accompagna e ha cura di te. Insomma, eudaimonìa significa “essere accompagnato da un buon demone”. Dipende da chi la sorte ti assegna, se un demone buono o uno cattivo. Nel primo caso sarai felice, nel secondo evidentemente no. Ma con Platone le cose cambiano.
La sorte dell’uomo la decidi tu, e nessun’altro. Soltanto che non ricordi di averlo fatto. Ce lo spiega il mito di Er, che Platone crea per chiudere il decimo ed ultimo libro del suo dialogo forse più celebre, La Repubblica (Πολιτεία, Politéia). Il valoroso guerriero muore, per dieci giorni giace inanimato sul campo di battaglia. Ritrovato intatto nel corpo, è raccolto e posto sulla pira per il rito funebre, ma improvvisamente riprende vita e racconta quel che la sua anima, ossia la sua essenza, ha visto nel periodo in cui aveva abbandonato il corpo, ucciso in combattimento. I giudici dell’aldilà gli hanno comunicato «che avrebbe dovuto essere per gli uomini relatore delle cose di laggiù, per questo gli ordinarono di osservare e ascoltare tutto quanto avveniva in quel posto» (614 D). La stessa funzione del mito di Er può svolgere la visione di Soul: essere un ammonimento su come è meglio condurre la propria vita quaggiù, in mezzo agli umani, anima incorporata tra migliaia, milioni, miliardi di altre anime incorporate. In tal senso consiglio di leggere il testo platonico subito prima o subito dopo la visione del film.
Una brevissima digressione. L’impressione è che nella filosofia degli ideatori di Soul non sia prevista la metempsicosi, ossia la trasmigrazione delle anime, o meglio il ripetersi di cicli vitali, sia pur dopo un periodo in cui si riscuote o si sconta quanto compiuto nella vita precedente. Un periodo che è simbolicamente di mille anni per Platone: premiati nell’alto dei cieli, forse lo stesso cristallino e luminoso iperuranio, oppure puniti nel Tartaro, sprofondati in quell’oscuro e sudicio sottosuolo che sa di inferno. Peraltro nei dialoghi Fedro e Fedone, diversamente dalla Repubblica, la reincarnazione è la conseguenza di una mancanza dell’anima, questione non posta nel film. Precisato ciò, c’è molto platonismo, variamente modificato, nella sceneggiatura del delizioso e delicato Soul.
Molteplici sono le suggestioni filosofiche e le riflessioni che questo film d’animazione potrà ingenerare nello spettatore più attento e avvezzo a certe letture. Dico di più: lo si può apprezzare a pieno grazie a certe letture che innescano una serie di rimandi, anche inconsci, fermo restando che il film è di qualità tale che parlerà a chiunque, piccolo o grande che sia. In questo caso, però, è un film che muove più al pensiero che al riso, nonostante i numerosi sketch divertenti, tipici del cinema d’animazione. Per questo motivo alcune letture o riletture filosofiche non guasteranno, ma aggiungeranno sapore alla favola. Un film natalizio in senso assoluto, dal momento che investe a pieno il tema della nascita e del suo significato, del suo senso più profondo, inteso come direzione, obiettivo, destinazione. C’è molto platonismo anche nella rappresentazione dello spazio – desertico e cupo – dove vagano inquiete e rabbiose le anime perdute. Perdute perché si sono lasciate trascinare dal corpo, dai suoi appetiti e piaceri, evitando l’invisibile e l’intelligibile. Secondo il Platone del Fedone, l’anima, impura e contaminata, è stata così trattenuta nel mondo, finendo per aggirarsi come un fantasma tra le tombe, in attesa di essere nuovamente imprigionata in un corpo (81 B – 81 E). Nel film l’anima non è stata trattenuta nel mondo, ma nemmeno liberata. Si trova nella “bolla”, dove Spargivento (Moonwind, nell’originale inglese) e la sua strampalata banda di amici, un po’ hippie new age, possono agire e provare a salvare le anime perdute.
Scrive Platone, anticipando un immaginario ed una letteratura che dal cristianesimo passano per Dante e la sua Divina Commedia giungendo sino a noi, direttamente a Soul (vedere il film per credere): «E dopo la permanenza di una settimana in quel prato, l’ottavo giorno ciascuna anima doveva levarsi da lì e mettersi in cammino, per giungere, in seguito ad un viaggio di quattro giorni, in una località da cui si poteva vedere una luce diritta, a forma di colonna, che si protendeva dall’alto attraverso tutto il cielo e la terra: questa era molto simile all’arcobaleno, ma ancor più splendente e pura» (616 B). Il legame tra cielo e terra ha la forma del fuso e sulle ginocchia di Necessità (Ἀνάγκη, Anánkē), divinità suprema, gira nel tessere le sorti e consegnarle a Lachesi, una delle tre Moire, figlie di Necessità (le altre due sono Cloto e Atropo). Un interprete del dio raccoglie dalle ginocchia di Lachesi le sorti e i paradigmi della vita e parla, in sua vece, alle anime sin lì giunte: «Anime caduche, eccovi giunte all’inizio di un altro ciclo di vita di genere mortale, in quanto si conclude con la morte. Non sarà il dèmone a scegliere voi, ma voi il dèmone. Il primo estratto sceglierà per primo la vita alla quale sarà tenuto di necessità. La virtù non ha padroni; quanto più ciascuno di voi la onora tanto più ne avrà; quanto meno la onora, tanto meno ne avrà. La responsabilità, pertanto, è di chi sceglie. Il dio non ne ha colpa» (617 E).
Non c’è da temere se non siamo stati sorteggiati fra i primi, sia perché i paradeigma biou, i modelli di vita, sono assai più numerosi delle anime, sia perché la scelta è solo in parte libera e non è affatto detto si scelga per il meglio. Dipende da quanta saggezza, che sempre è misura, quella data anima abbia saputo assorbire e trattenere dalle esperienze delle vite precedentemente vissute. Al netto di una metempsicosi non inserita, o almeno a noi spettatori non chiaramente pervenuta, si coglie questo punto anche in Soul, dietro cui forse si cela più un neoplatonico junghiano quale James Hillman e il suo codice dell’anima che il vero e proprio Platone dei dialoghi del IV secolo a.C. Anche per il fatto che le anime nel film sono stilizzate in forma di ghiande con bocca, occhi e sopracciglia. Nella sua teoria della ghianda Hillman sostiene che ciascun individuo viene al mondo con un’immagine innata che lo definisce, una forma unica ed irripetibile, chiamata daimon, che chiede di essere realizzata per portare felicità ed equilibrio nella propria vita. Quest’immagine è quella particolarità che dentro di noi chiamiamo “me” ed è determinata dalle caratteristiche individuali, i talenti, le inclinazioni, le preferenze, i gusti, le attitudini, diverse in ogni persona. Come la ghianda prima o poi diventerà una quercia con caratteristiche proprie, poiché ne racchiude fin dal principio tutto il potenziale, così l’individuo è destinato a realizzare la sua unica e vera natura, il suo daimon appunto, presente ancor prima di essere vissuto. Diventare una quercia significa allora compiere in questa vita esattamente ciò per cui si è nati, in base alle caratteristiche e alle peculiarità personali. Il modo per farlo è riscoprire i propri talenti e nutrirli con l’applicazione, affinché si possano realizzare, portando a compimento il senso della propria esistenza. Per buona parte dell’impostazione di Soul è probabile che il riferimento teorico principale sia stato proprio Hillman, peraltro molto popolare nella cultura statunitense contemporanea.
Però è anche vero che la sceneggiatura introduce una variante ed aggiunge che la scintilla che porta l’anima a gettarsi nel mondo è qualcosa di precedente alla stessa vocazione che nell’Ante-Mondo di Soul dà il pass per la vita. La scintilla è la voglia stessa di vivere la vita, è la curiosità, è qualcosa di molto simile alla filosofia nella sua origine greca, sospesa tra paura e meraviglia per quanto ci circonda. Ancora Platone ci viene però in soccorso per cogliere a pieno la variante introdotta alla teoria di Hillman, secondo il quale, come detto, una vita ben spesa è una vita sintonizzata con il proprio daimon.
Infatti il/la coprotagonista di Soul, l’anima ancora non nata, che conosciamo per il numero assegnatole nell’Ante-Mondo, ossia 22, trova la propria via alla vita solo dopo che innumerevoli mentori illustri, da Gandhi a Lincoln, da Madre Teresa di Calcutta ad Euclide, hanno fallito nel tentativo di individuare la sua più intima vocazione. Ci riuscirà chi saprà porsi al suo fianco davvero come un buon dèmone, ossia eudaimon, e non perché ne individua per filo e per segno il destino, la passione o l’attività per la quale egli/ella è più incline, ma piuttosto perché ne suscita la curiosità per la vita. Cosicché mi sovviene un altro passo platonico, dove un Socrate prossimo alla morte, così riassume il senso della vita: «il bene più grande per l’uomo è fare ogni giorno ragionamenti sulla virtù e sugli altri argomenti intorno ai quali mi avete ascoltato discutere e sottoporre ad esame me stesso e gli altri, e che una vita senza ricerche non è degna per l’uomo di essere vissuta» (Apologia di Socrate, 38 A).
Non basta suonare bene, nemmeno suonare con l’anima, lasciando che sia trasportata là da dove proviene, congiungendo vita e morte, anche se solo per un attimo, per quell’infinitesimo istante di trance artistica, o comunque variamente creativa, attiva e fattiva. Il buon dèmone è qualcosa di più di un pensiero fisso. Occorre semmai suonare le cose della vita, dare loro musica, o ancor meglio: ascoltare la musica che proviene dalle cose della vita. Affetti, oggetti, vicissitudini varie, belle e brutte, incontri, scontri, animali e piante, luce e buio, sole e pioggia, una chiacchierata col barbiere, una parola sincera a tua madre, un trancio di pizza davvero gustato, una foglia caduta da un albero in un’assolata giornata d’autunno.
Sondare da dèsti tutto quanto è vita, mettendo in connessione se stessi con gli altri, cercandone il bene. La ragione di vita è vivere secondo ragione, ossia sapendo guardare alle infinte possibilità che la vita offre. Saper guardare e scegliere virtuosamente, ossia in modo disinteressato e filiale, fanno della filosofia la guida dell’anima. Questo è l’insegnamento di Socrate. Questo è anche l’anima del jazz (Soul Jazz). Questo infine significa “jazzare”.