Ciò che è vivo e ciò che è morto del Dio cristiano

di Hervé A. Cavallera

Recensione a: Danilo Breschi – Flavio Felice, Ciò che è vivo e ciò che è morto del Dio cristiano, Rubbettino, Soveria Mannelli 2021, pp. 104, € 13,00.

Il volume raccoglie 10 domande formulate da Breschi e le conseguenti risposte di Breschi e Felice sul destino dell’Europa e del Cristianesimo nell’età della secolarizzazione e della globalizzazione, temi di estremo interesse e di grande attualità.

Tenendo conto che le prospettive dei due autori sono vicine, ma diverse nella consapevolezza comune di un mutamento in atto entro il quale i temi del sacro e del religioso permangono, il volume si presenta come una serie di riflessioni non solo condivisibili, ma capaci di proficui stimoli.

Così Breschi ha ragione nel rilevare che nel mondo dominato dalla scienza e dalla tecnica «le numerose manifestazioni di nuova credulità, riscontrabili nei fenomeni della cultura popolare televisiva e della società dello spettacolo, sono solo il sintomo di una patologia accresciuta» (pp. 11-12), mentre Felice sottolinea la opportunità di un salto che ci conduca «da una fede vissuta nel meccanico rispetto della traditio ad una traditio della fede riscoperta nell’esperienza e testimoniata nel vissuto quotidiano» (p.15). Del resto, Breschi rammenta come continui nell’uomo a permanere il timore della morte e del dopo. «In altre parole, la modernità – che per alcuni è già da tempo post-modernità – potrebbe subire una curvatura tale da riaprire spazi inediti per nuove forme di religiosità. Finché ci sarà l’umano inteso come mortale avremo la presenza di fedi, la necessità di proposte che alimentino la volontà di certezza e stabilità, i due attributi della verità sin dai tempi dei Greci: alétheia, il non-nascosto, ed epistème, l’incontrovertibile, ciò che sta e non si smuove» (p. 27). Intanto la civiltà europea va mutando e Felice sostiene che «la forza del modello europeo andrebbe ricercata nella sua capacità di cogliere il processo storico che si starebbe affermando, un processo che vede il declino inesorabile dello Stato-nazione e la possibilità che l’implementazione del principio di sussidiarietà verticale ed orizzontale ci consegni un ordine politico i cui margini delle libertà delle persone siano più ampi» (p.47).

In realtà, i due autori manifestano differenti percezioni del tempo. Pertanto se Breschi riconosce la diffusione di una “umanizzazione” del divino («alla fine ha prevalso la filantropia, l’amore per l’uomo, e dunque anche per la dimensione umana e umanizzante del Cristo. Intanto risolviamo in terra, poi si vedrà in cielo, ammesso e non più così concesso che l’aldilà si dia davvero come possibilità esperibile», p. 63), Felice, alla luce del magistero di Giovanni Paolo II, individua nel lavoro (pp. 68-69) l’ethos dell’uomo cristiano europeo.

Ancora, Breschi: «personalmente, non ripongo alcuna fiducia nella capacità da parte di qualsiasi credo religioso, non solo dunque quello cristiano, di esercitare un’azione efficacemente contrastiva rispetto all’avanzata della potenza tecnologica. C’è un dislivello di energia trasformativa rispetto alla minaccia della morte che nemmeno la crisi pandemica e un innegabile primo imbarazzo della scienza medica, virologica in particolare, potrà incrinare. Anzi, esattamente il contrario» (p. 97). Diversamente Felice: «l’avanzata delle tecnologie, la loro diffusione capillare, non intacca il possibile ruolo svolto dalle religioni, sempre che le religioni, e penso alla religione cristiana, non abdichino alla loro stessa ragion d’essere. Rispondere alla domanda di senso di assoluto che potenzialmente alberga in tutti gli uomini» (p. 101).

Ora, si è voluto qui riportare abbondantemente le parole degli autori non tanto per illustrare il senso del dialogo, quanto per evidenziare che i problemi che essi affrontano sono problemi che si percepiscono quotidianamente e che hanno bisogno di trattazioni e soluzioni non effimere poiché coinvolgono il senso del nostro essere. Indubbiamente fa bene Breschi a precisare che se per la tecno-scienza si tratta di conoscere come è fatto il mondo per poterlo poi manipolare per la preservazione e il potenziamento della specie, «per filosofia e teologia si tratta di rispondere alla domanda se il mondo abbia o non abbia un senso e, insieme o ancor prima, che cosa sia questo senso del mondo. L’interrogazione non deve cessare perché in ciò risiede l’essenza dell’umano» (p.100).

Sotto tale profilo, il volume è effettivamente sia un ulteriore riconoscimento delle difficoltà e delle inquietudini della società contemporanea europea sia un provocante contributo per delle soluzioni. Ciò, invero, non è facile. Al presente sembra prevalere l’immagine di una Europa post-cristiana o post-religiosa con una esplicita attenzione alla salvaguardia dei privilegi personali e ad processo di liberalizzazione dei costumi, processo che è sempre cresciuto partire dal ’68. Al tempo stesso diventa sempre più fragile, pur negli anni della pandemia, della guerra russo-ucraina, della crisi energetica, il senso di una vera comunità europea. Ecco, un volume come Ciò che è vivo e ciò che è morto del Dio cristiano serve appunto a ripensare la centralità della questione, che significa altresì il ritorno ad una filosofia che non sia una semplice filologia di classici del pensiero o una mera accettazione di ciò che appare.

[articolo originariamente apparso su «Mizar. Costellazione di pensieri», n. 17 – Gennaio-Giugno 2022, pp. 248-250]


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