Recensione a: G. Orsina, Controrivoluzione. Una storia politica del nostro tempo, Marsilio, Venezia 2026, pp. 246, € 18,00.
La modernità occidentale nasce come utopia o, quantomeno, la contiene nel suo dna. Vigorosa e abbondante. Il desiderio di progresso e miglioramento anima da sempre l’europeo e, a un certo punto, lo ha trasformato in occidentale. Salpato, ha scoperto nuovi continenti a Ovest. In quello stesso frangente storico sognava città ideali (Tommaso Moro scrive il suo capolavoro eponimo nel 1516). Un senso di insoddisfazione per un presente lacunoso e difettoso alimentava progetti su progetti. Da questa aspirazione a un ordine terreno compiuto e definitivo è sorta infine la grande storia delle ideologie moderne. C’era una volta il tempo in cui si pensava di poter costruire la società perfetta attraverso la pianificazione e l’azione collettiva. Quella stagione ha dominato l’Ottocento e la prima metà del Novecento. Poi le cose sono cambiate. Gli esseri umani hanno scoperto che il bene più prezioso è la libertà individuale in ogni sua manifestazione. A mano a mano si è fatta però strada un’altra illusione, altrettanto forte. Si è creduto che la città ideale potesse emergere spontaneamente dalle dinamiche del mercato capitalistico e dall’interazione regolata tra gli individui.
È da queste premesse filosofiche e da un siffatto scenario che Giovanni Orsina tenta di comprendere cosa sia successo negli ultimi settant’anni, che cosa abbia prodotto non solo l’assetto sociale, economico e culturale del mondo occidentale ma anche perché e come siano sorti i suoi nemici interni, perché e come i sostenitori di un tempo siano i contestatori di oggi. La tesi di fondo mi pare questa: l’individualismo occidentale è progredito a tal punto da entrare in una crisi profonda. L’ordine liberale contemporaneo ha guadagnato moltissimo in termini di emancipazione soggettiva. Al tempo stesso, però, ha smarrito qualcosa di essenziale. Ha perso la capacità di offrire un radicamento stabile, un senso di appartenenza e una sicurezza concreta alla vita delle persone in carne e ossa.
Per comprendere come si sia giunti a questa situazione, Orsina ricostruisce la vicenda dell’Occidente decennio dopo decennio. Il punto di partenza è il secondo dopoguerra. Nel 1945 l’Europa è un cumulo di macerie materiali e morali. Le classi dirigenti del tempo sono sfiancate da trent’anni di ubriacatura ideologica totalitaria. Hanno visto il volto tragico dei totalitarismi e delle utopie palingenetiche. Decidono allora di imbrigliare il rivoluzionarismo politico dentro una fitta rete di compromessi istituzionali. Sorge un ordine che possiamo definire liberale, ma con giudizio. L’economia si basa sul libero mercato, però è strettamente connessa (embedded) con il tessuto protettivo dello Stato sociale. La sovranità popolare è incanalata e filtrata attraverso il parlamentarismo e i partiti, da cui consegue, anche indirettamente, un’educazione civica appresa tramite l’esercizio della partecipazione e della rappresentanza. La stessa libertà individuale è garantita dalle nuove costituzioni, ma l’individualismo dei diritti è bilanciato da una serie di doveri sociali incentivati in famiglia, da istituzioni e associazioni religiose, così come nei luoghi di lavoro. La medicina liberale cura le ferite inferte all’Europa dalla prima metà Novecento, anche perché somministrata con moderazione e in combinazione con ricette socialdemocratiche e cristiano-popolari.
L’equilibrio del secondo dopoguerra si incrina negli anni Sessanta. Il benessere e la stabilità hanno restituito importanza alla dimensione privata e gli occidentali si scoprono benestanti, per certi versi quasi sazi, per cui la stagione dei compromessi postbellici comincia ad apparire ai loro occhi come qualcosa di superato e persino dannoso. Si ritiene sia giunto il tempo di abbandonare l’intermediazione. E così la tensione utopica si riaccende improvvisamente, ma subisce un decisivo cambio di segno. Ai giovani della contestazione studentesca non interessa più cambiare collettivamente il mondo. La vera urgenza diventa realizzare individualmente sé stessi. Il desiderio di emancipazione soggettiva travolge la sfera pubblica. Per un breve momento, nel ribellismo del Sessantotto, si diffonde lo slogan secondo cui il personale è politico. Come nota Orsina sulla scorta di Augusto Del Noce, l’impegno politico rivoluzionario esigeva un’etica puritana e il sacrificio del singolo. Gli studenti universitari cercano l’esatto contrario, ossia la liberazione degli istinti e la felicità immediata.
L’utopia politica fallisce, ma non scompare. Semplicemente, a partire dagli anni Settanta, cambia casa. La spinta al cambiamento si trasferisce fuori dalla sfera pubblica tradizionale. Si incanala in tre ambiti non politici: l’etica, la legge e l’economia. Lo Stato, un tempo visto come il motore del futuro, comincia a essere identificato con la sua burocrazia, ossia un fardello obsoleto e paralizzante. Va dunque in gran parte smantellato e, al suo posto, creato uno spazio di regole apparentemente non stringenti per lasciare libero corso alla crescita illimitata della libertà individuale.
Il primo di questi ambiti non politici è quello etico. Se oltre la cortina di ferro i dissidenti dell’Est – da Václav Havel ad Adam Michnik – teorizzano un’antipolitica fondata sulla verità e sulla dignità della società civile contro la disumanità del totalitarismo, a Ovest si assiste a una radicale metamorfosi dei valori. È il trionfo di quella che Orsina, mutuando una fortunata categoria psicologica, definisce la moralità WEIRD (l’ethos dell’Occidente istruito, industrializzato, ricco e democratico). Non si tratta affatto di una scomparsa della morale, o di un suo ridimensionamento, anzi, il contrario, perché assistiamo alla sua ipertrofia. La liberazione del soggetto si eleva a norma suprema, per cui i vecchi legami comunitari, familiari e religiosi vengono contestati e decostruiti uno dopo l’altro per fare spazio a un nuovo codice di comportamento incentrato sull’inclusione universale e sul linguaggio politicamente corretto. Una liturgia civile che si presenta come neutrale e cosmopolita, ma che col tempo tende a schiacciare le differenze, costringendo gli individui a uniformarsi a un unico modello culturale.
Questa rivoluzione antropologica si consolida affidandosi al secondo grande ambito, cioè la legge. Ha inizio quella che Orsina chiama “l’era della giurisdizione”. Delusi dalle promesse tradite dei partiti e delle ideologie, i cittadini trasferiscono la tutela delle proprie libertà dalle piazze alle aule di giustizia. Attraverso la proliferazione dei trattati sui diritti umani e il peso crescente delle corti costituzionali – si pensi alla svolta del Conseil constitutionnel francese nel 1971 o al potere quasi governativo del tribunale di Karlsruhe in Germania – la sovranità popolare viene progressivamente imbrigliata. Si compie un imponente trasferimento di poteri dalle istituzioni rappresentative a organismi giudiziari o tecnocratici. Il paradosso è macroscopico: nel tentativo di espandere all’infinito i diritti del singolo, la società contemporanea finisce per produrre un’intelaiatura soffocante di norme, regole e procedure che invadono e disciplinano ogni minuscolo anfratto della vita quotidiana.
L’ultimo canale di questa mutazione è l’economia. Parliamo di quel che comunemente è stata definita la svolta neoliberale. Orsina ne evidenzia la natura bifronte. Infatti se, da un lato, Margaret Thatcher esalta del mercato la funzione pedagogica e disciplinante, una sorta di metodo oggettivo per forgiare l’autocontrollo e costringere i bilanci pubblici alle compatibilità finanziarie, dall’altro lato, Ronald Reagan ne libera la potenza mitopoietica. Dismessa la severità di ascendenza protestante, la retorica americana degli anni Ottanta fa del mercato il luogo di possibilità infinite, in cui l’autorealizzazione non richiede sacrifici né comporta prezzi da pagare. Sgretolatasi la fiducia nella pianificazione collettiva, l’Occidente si affida così all’idea che l’armonia sociale possa emergere spontaneamente dalla semplice interazione tra consumatori atomizzati.
Dalla convergenza tra etica, diritto ed economa così trasformate prende corpo «l’ordine storico radicale». Sua è la pretesa di presentarsi come un amministratore che opera secondo procedure, regolamenti, codici impersonali. Il sogno, e l’illusione, è quella di un governo quasi automatico, grazie a procedure generali standardizzate. Il rischio di configurarsi però come un sistema rigido e inflessibile, sia eticamente che giuridicamente ed economicamente, è molto alto. Alla prova dei fatti, più l’ordine radicale si espande, meno tollera opzioni diverse, che inceppano il regolare loop del sistema. Il problema è che non ci sono più buone pratiche (familiari, comunitarie, religiose) antiche, consuetudini pregresse, a sostenere le dinamiche sociali. Senza reti di solidarietà, la libertà precipita con facilità. L’individuo non ha più bussole a portata di mano. Questo è accaduto perché, «iper-individualista e post-rivoluzionario», l’ordine storico radicale «ha ridotto esso stesso il futuro sul quale si appoggia a un coacervo amorfo di futuri soggettivi non governati da alcuna logica storica o sociale», che solo il passato poteva aiutare a rintracciare. Erosa fino alla sua scomparsa la tradizione e soprattutto il principio di autorità, ossia l’idea che dal passato si impara sempre qualcosa e ci si accresce, mettendosene in ascolto e traendone esempi, ovviamente da aggiornare, talvolta solo da preservare, l’ordine pensato da molti intellettuali e scienziati sociali, perseguito dai principali leader politici degli anni Novanta e Duemila, ha infine disatteso completamente il monito di Emmanuel Mounier, secondo cui «l’uomo, composito per definizione, non è solido che sotto forma di leghe».
In altri termini, non ci si è minimamente preoccupati di frenare sull’acceleratore del criterio emancipatorio e dunque dissolutore di legami, obblighi, limiti, in nome di quell’«antropologia unilaterale» promossa da un liberalismo che, non più intimorito dalla minaccia social-comunista, ha a mano a mano allentato i rapporti con l’idea di Stato inteso come l’istituzione che, per definizione, tutela e conserva condizioni di benessere. Ma l’abbandono del compromesso social-democratico ha comportato quella frattura tra il “mondo pensato” e il “mondo vissuto” in cui Orsina rintraccia l’origine dell’insurrezione populista degli ultimi quindici anni e, per definirla, prende a prestito due espressioni coniate da Stefano D’Arrigo nel suo romanzo-mondo Horcynus Orca. Ed ecco così che, da una parte, abbiamo il sentitodire, ovvero quella logica astratta con cui le élite metropolitane e della “superclasse manageriale”, una minoranza iper-scolarizzata che abita le grandi città e controlla i sistemi globali, valuta ogni situazione e prende decisioni. Dall’altra parte, invece, abbiamo il vistocogliocchi, che sarebbe la pretesa di concretezza di chi sta in basso, di chi svolge lavori manuali, vive nei borghi o nelle province e rivendica perciò l’esperienza diretta e il radicamento in una comunità tangibile rispetto alle pianificazioni tecnocratiche che piovono dall’alto. Così intesa, l’insurrezione populista si configurerebbe come un tentativo di rimettere al centro la politica per governare fenomeni ormai fuori controllo per dimensioni e conseguenze. L’immigrazione di massa ne è l’esempio più evidente e urgente. Mentre l’ordine radicale si mostra ossessionato dalle procedure impersonali, i ribelli chiedono leadership fortemente personalizzate. Da qui l’aspettativa nei confronti di leader in carne e ossa che ci mettano la faccia, capaci di decidere con rapidità e discrezionalità assumendosi la responsabilità delle proprie scelte.
Orsina evidenzia però un profondo elemento di debolezza della rivolta. Il populismo si è modellato sull’ordine contro cui combatte. È un copia rovesciata del suo nemico. La mutazione individualista degli ultimi cinquant’anni ha polverizzato lo spazio pubblico, per cui sono scomparse le masse organizzate e, a monte, chi poteva strutturarle e orientale, ossia partiti politici con visione e capaci di durare nel tempo. Sia i neoliberali sia i populisti rivelano un rapporto patologico con il conflitto politico. I primi lo escludono nei fatti, poiché il loro moralismo finisce per trasformare l’oppositore in un peccatore da rieducare o da ostracizzare, mentre i secondi lo negano in principio, perché riducono lo scontro alla contrapposizione morale tra un popolo puro e un’élite corrotta. Risultato finale? Entrambi i contendenti fuggono dalla dialettica politica per sostituirla con un tribunale morale. Nella maggior parte dei populisti, però, si scatena il desiderio di uscire dai binari, di fare marcia indietro. Una controrivoluzione, appunto.
Prendendo spunto da Joseph de Maistre, Orsina si chiede se sarà una “rivoluzione al contrario” o il “contrario della rivoluzione”? La prima è la via tentata dalla nuova destra americana attorno al secondo mandato di Donald Trump e a figure come Christopher Rufo e Peter Thiel. La seconda strada, il contrario della rivoluzione, esige invece realismo, prudenza e rispetto per ciò che le generazioni passate ci hanno tramandato. Orsina avverte che, in una società post-tradizionale, il progetto di ripristinare a forza i valori crollati della patria, della famiglia o della religione per via politica è un’operazione destinata allo scacco. Come insegnava sempre Del Noce, si tratta di un tentativo razionalista che si pone sul medesimo piano dell’avversario, trasformando la tradizione vivente in un mito astratto (e morto). Inoltre, se gli Stati Uniti hanno le dimensioni territoriali per tentare la carta nazionalista (con tutti i rischi del caso), l’Europa occidentale sconta sia il passato di due guerre mondiali che hanno reso poco attraente il ricorso a quella carta, sia il mancato consolidamento di uno spazio pubblico continentale davvero sovrano. Al momento, l’Ue è troppo forte per i singoli Stati membri e troppo debole per una competizione ad armi pari con le grandi potenze mondiali.
Ricapitolando: l’Occidente è in crisi. Se per Occidente in termini politici si deve intendere, come credo, anche e soprattutto l’alleanza o comunque l’intesa tra Stati Uniti d’America ed Europa, allora l’Occidente, sempre in termini politici, si riassume nella democrazia liberale a economia capitalista. Al di qua dell’Atlantico con più welfare, al di là con più mercato concorrenziale. In entrambi i casi comunque promettente, ossia garante di futuro. Oggi (da un paio di decenni almeno) tutto questo non è più, o così non risulta per larghi, crescenti strati di una cittadinanza peraltro percepita come sempre meno conveniente. Di qui l’insorgenza populista che dilaga a destra mentre a sinistra fatica ad attecchire perché chi vi milita resta prigioniero delle stesse premesse universalistiche dell’ordine radicale, riducendo il popolo a una nozione vaga e astratta. Al contrario, il populismo di destra risponde alla domanda di concretezza offrendo agli elettori una nozione solida e immediata di bene comune. Fa leva sulla nazione, sulla patria e su memorie storiche radicate, gli unici ancoraggi capaci di opporre un confine protettivo al vortice sradicante della globalizzazione.
Quale soluzione ci propone Orsina? Nessuna. O meglio: non di certo la soluzione. Vorrebbe dire indugiare nel problema, in quell’eccesso di astrazione che è tra le cause principali della crisi odierna. Piuttosto tante piccole soluzioni, contingenti, provvisorie, flessibili, né pianificate (specie sul lungo periodo) né universaliste, che pretendono validità per tutto e per tutti, nonché per sempre. Andare avanti? Inevitabile, perché tutto spinge in tale direzione, ma anche un po’ a lato, se proprio indietro non si può in nessun caso, anche quando converrebbe assai. Insomma, se non proprio antimoderni, impossibile pretesa peraltro controproducente, che si sia almeno un po’ diversamente moderni. La sfida sovietica aveva sollecitato un’apertura verso istanze socialiste; adesso la sfida globalista richiede di dismettere tensioni utopiche di ordine cosmopolitico e progressista per ridare tonalità realiste e conservatrici a un liberalismo che deve restare la bussola delle classi dirigenti in Europa e in America se vogliamo che la democrazia sia il regime da esse guidato. D’altronde il liberalismo è un’ideologia a geometria variabile, che si flette in funzione delle esigenze di luogo e di tempo, e proprio per questo potremmo dirla meno ideologica di altre. Insomma, la soluzione consisterebbe nel far tornare l’ideologia liberale alla propria originaria antropologia realista e duttile, che riconosce la costitutiva ignoranza e fallibilità della natura umana. Idee da ripensare per una correzione di rotta della linea politica occidentale. Se dovessi, in conclusione, interrogarmi sul perché della crisi occidentale, nella risposta, necessariamente articolata, metterei in campo il ruolo giocato dalla tecnologia, la cui logica autopropulsiva e autoreferenziale non va minimamente sottovalutata, analoga a quella del capitalismo, con cui l’abbinamento è perciò obbligato. Capitalismo e tecnologia si alimentano a vicenda. Il mezzo è diventato il fine e tutti i suoi utenti, leader politici compresi, sono spinti con insistenza ad accomodarsi come passeggeri. La via dell’autonomia della politica si fa sempre più stretta, mentre scarseggiano le due virtù principali per una grande leadership: lungimiranza e senso della misura.
Con ciò chiudo e ribadisco quanto mi era già capitato di affermare a proposito di un suo precedente lavoro, in parte premessa di questo, ossia La democrazia del narcisismo (2018): con Controrivoluzione Giovanni Orsina si conferma uno dei migliori storici della sua (mia) generazione.
