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La democrazia infestata dai fantasmi: ambiguità dell’anti-estremismo

Recensione a: P.-A. Taguieff, Qui est l’extrémiste?, Éditions Intervalles, Paris 2022, pp. 168, € 13,00.

Esattamente nell’estate di quattro anni fa, il 19 agosto, usciva questo saggio di Pierre-André Taguieff. Celebro questo quarto anniversario della sua uscita con una recensione che spera di restituirne tutta la profondità, l’originalità e l’indipendenza critica che lo connotano. È una lettura che spiazza e destabilizza di primo acchito, ma che finisce per irrobustire l’equilibrio analitico di chiunque abbia la costanza di arrivare all’ultima pagina.
Qui est l’extrémiste? si impone anzitutto come uno smantellamento rigoroso di quei riflessi condizionati che ormai anestetizzano il dibattito pubblico contemporaneo. Lungi dal descrivere una realtà oggettiva e chiaramente definita, la parola “estremismo” ha smesso da tempo di assolvere a una funzione propriamente conoscitiva, finendo per operare quasi esclusivamente come un’etichetta polemica ed escludente, concepita per espellere l’avversario di turno dal consorzio del confronto civile attraverso un processo di totale demonizzazione. Ci si ostina a ridurre il confronto politico all’interno di una linea retta, lungo la quale l’estremismo non sarebbe altro che la posizione terminale situata alle estremità opposte dell’asse destra-sinistra. Questa visione spaziale e topografica si rivela insufficiente e anzi fuorviante poiché postula l’esistenza di presunte purezze ideologiche originarie che a un certo punto avrebbero subìto una deviazione per eccesso, mentre la realtà storica mostra che i processi di irrigidimento dottrinale sono molteplici, irriducibili a una linea retta e sempre legati a contesti determinati.
Abbandonato questo schema interpretativo, Taguieff svela il paradosso dell’«estremismo del centro». In altre parole, le élite progressiste e tecnocratiche si servono della categoria del “giusto mezzo” non come fattore di mediazione, ma come uno strumento di esclusione. Questo centrismo depurato dal conflitto, che in Francia ha assunto le sembianze del macronismo, svuota la politica della sua linfa vitale e, anziché pacificare il corpo sociale attraverso una moderazione forzata, finisce con l’innescare, per reazione e risentimento, la spinta anti-sistema dei suoi stessi avversari. Si assiste così a una profonda asimmetria terminologica nel dibattito pubblico, dove a fronte di una categoria di “estrema destra” (extrême droite) costantemente surriscaldata dai guardiani dell’ortodossia, l’espressione speculare “estrema sinistra” (extrême gauche) risulta praticamente bandita dal lessico progressista, che preferisce auto-assolversi dietro le formule moralmente immuni di “vera sinistra” o “sinistra di sinistra”.
Dopotutto la politica presuppone per sua stessa natura (anche, non solo) l’orizzonte del conflitto e la distinzione fondamentale tra amico e nemico, come la lezione di Carl Schmitt e Julien Freund ha dimostrato ampiamente. Il dibattito contemporaneo soffre invece di un anacronismo evidente, perché assistiamo a un antifascismo post-1945 impegnato a combattere una guerra immaginaria contro i fantasmi del passato. Il meccanismo consiste nello scambiare polemisti da salotto o semplici spauracchi elettorali per il ritorno imminente delle “camicie nere”. È, nei fatti, un antifascismo di rendita che finisce per ereditare la logica leninista dell’epurazione, con la differenza che il vecchio imperativo della purificazione sociale è stato tradotto in forme più accettabili di censura e ostracismo. Laddove ieri la retorica totalitaria parlava di insetti nocivi o parassiti da eliminare, oggi i dispositivi della cancel culture e del wokismo si servono dell’indignazione delle vittime come di un tribunale permanente, il cui obiettivo ultimo rimane la morte sociale e l’ostracismo del dissenziente. Gli estremisti anti-estremisti, che popolano le file dei sedicenti paladini della tolleranza, rivelano in questo modo che l’estremismo non si definisce tanto per un preciso contenuto dottrinale, quanto per un modo di essere e di guardare al mondo. Una postura che coincide essenzialmente con l’incapacità di tollerare l’ambivalenza, la sfumatura e l’imperfezione intrinseca delle società umane, che si traduce in una rigida logica del “fino in fondo” che unisce idealmente i totalitarismi del Novecento ai fondamentalismi odierni.
In questo senso le pagine dedicate all’Islam risultano le più scomode del saggio, soprattutto nella misura in cui attaccano frontalmente quella sociologia accademica impegnata nello sforzo costante di edulcorare la realtà attraverso maquillages linguistici. Formule alla moda come “l’islamizzazione della radicalità” sono espedienti retorici concepiti per spostare il problema, addebitandolo ora al disagio sociale, ora al nichilismo giovanile:

Si tratta di spostare il bersaglio dall’Islam alla «radicalità», supponendo che quest’ultima costituisca il vero problema e che, in ultima analisi, si spieghi come reazione alle stigmatizzazioni e alle discriminazioni che i musulmani subirebbero nei paesi occidentali. Ma il problema è innanzitutto di natura semantica: ci si interroga sul significato da attribuire a questa parola magica. La «radicalità» viene talvolta sostituita da un altro concetto non meno vago, ma che vanta una certa nobiltà letteraria e filosofica: il «nichilismo». Ma perché mai un «nichilista» dovrebbe oggi rivendicare l’Islam? E come può un individuo che si suppone non creda in nulla essere allo stesso tempo un credente fanatico?

Taguieff intende insomma ribadire che il terrorismo islamico non è un guscio vuoto in cui l’aggettivo sia pleonastico: esso si nutre direttamente della dottrina teologico-politica e giuridica del jihad e dell’esclusivismo monoteista. Qui la purificazione del sacro non esclude la violenza, la pretende come rito.
Quanto a ciò che viene etichettato come “estrema destra”, lo studioso francese rifiuta di considerarla come un semplice inasprimento della destra classica, considerandola piuttosto come un prodotto di sintesi instabile, un innesto spurio di istanze conservatrici e nostalgiche su un tronco volontarista e rivoluzionario. Definito da una posizione ideologica che oscilla tra il “né destra né sinistra” e il “metà sinistra e metà destra”, questo arcipelago politico condivide con il leninismo o il blanquismo lo stesso autoritarismo dogmatico e la medesima brama di purificazione sociale. Ciò dimostra, in ultima analisi, che a connotare in senso estremista non è mai il contenuto specifico del programma, bensì il rifiuto radicale del pluralismo e di ogni transazione democratica.
Taguieff rintraccia la genealogia di questa forma mentale risalendo all’estremismo hitleriano. A suo avviso, il nazismo non è stato affatto un semplice ritorno nostalgico al paganesimo germanico. Le pagine di Mein Kampf parlerebbero invece la lingua del monoteismo cristiano, arruolato e arianizzato in funzione di un vero e proprio «antisemitismo redentore», secondo la formula coniata da Saul Friedländer. In questa visione la pretesa di purificare biologicamente la comunità si nutre della stessa intolleranza tipica del fanatismo religioso, considerato lo strumento politico più efficace per compattare all’interno e demonizzare tutto ciò che è esterno. Se ne deduce che l’estremismo necessita sempre della costruzione paranoica di un nemico assoluto, la cui eliminazione diventa il presupposto teologico-politico per la salvezza del corpo sociale. Oggi quel medesimo manicheismo sopravvive nella rivalità mimetica tra neofascisti e neocomunisti, fratelli-coltelli che si combattono ferocemente al solo scopo di legittimare la propria esistenza, ma che restano intimamente uniti dal comune odio verso la democrazia liberale e l’individualismo borghese. Scomparso il fascismo storico, la retorica antifascista si è progressivamente trasformata in uno strumento di patologizzazione del dissenso, ereditando la strategia del Komintern staliniano e seguendo il celebre consiglio del dirigente Dmitri Manuilsky, ovvero accusare gli avversari di fascismo per costringerli sulla difensiva e colpirli mentre sono impegnati a giustificarsi.
Questo meccanismo si perpetua nelle dinamiche odierne del wokismo, un’insurrezione identitaria che ha interamente sostituito la vecchia lotta di classe e che esige l’epurazione totale di un nemico considerato irrecuperabile. Sulla scorta delle analisi di Mancur Olson e Raymond Boudon, Taguieff illustra l’effetto di «sfruttamento del grande da parte del piccolo», secondo cui minoranze attive, coese e organizzate (dall’ecologismo più intollerante alle sette identitarie LGBTQIA+) riescono a imporre i propri codici normativi e i propri tabù verbali a una maggioranza passiva e disorganizzata. Il nemico metafisico contro cui si mobilita questa nuova inquisizione non è più il capitalista, ma è il «maschio bianco eterosessuale», additato come la causa unica e universale del male del mondo.
Questa transizione dai vecchi idoli sociali alle nuove divinità post-religiose trova d’altronde una sponda speculare proprio nelle reazioni che intende combattere, come dimostra lo studio sul caso Eric Zemmour, analizzato come il processo emblematico di estremizzazione dell’atipico. Di fronte a un perturbatore delle liturgie tradizionali, le élite scelgono la via comoda della demonizzazione anziché il terreno del confronto intellettuale, occultando così la natura artificiale di questi scontri. La politica contemporanea si è infatti ridotta a una commedia di fantasmi in cui destra e sinistra, ormai svuotate di qualsiasi contenuto dottrinale, sopravvivono unicamente in virtù del loro risentimento reciproco, mentre i partiti storici cedono il passo a macchine personali per auto-imprenditori del consenso. Il vero scontro che agita questa nostra tarda modernità non è più ideologico, ma antropologico e geografico, teso tra i sedentari ancorati alla protezione dei confini nazionali (people from somewhere) e i nomadi sradicati della globalizzazione (people from anywhere). La nostalgia diventa una risorsa politica molto efficace e perciò assai richiesta.
Il nominalismo politico esige che la complessità del reale sia ridotta a uno scontro elementare tra un Bene assoluto, monopolizzato dai professionisti dell’indignazione, e un Male radicale, incarnato da chiunque rifiuti l’allineamento ideologico. Attraverso l’uso sistematico di prefissi iperbolici come “ultra” o “iper”, il giornalismo corrente opera una costante torsione della realtà, col risultato che la dialettica democratica viene ridotta a una perenne emergenza civile in cui l’intellettuale non analizza più i testi ma scheda le colpe storiche. Non potendo più governare i flussi della globalizzazione economica o le repentine mutazioni tecnologiche, le élite e le loro opposizioni mimetiche si rifugiano nel melodramma, inscenano rivoluzioni di cartapesta su palcoscenici digitali dove il vigore dei toni supplisce alla vacuità dei programmi. Il populismo soccombe alla sua stessa retorica. Avrebbe potuto anche funzionare da correttivo democratico, invece è divenuto uno stile demagogico che sa molto di moda, si esaurisce nel culto del tribunato mentre la sovranità del popolo è ridotta a mero feticcio verbale. Nella realtà di tutti i giorni il cittadino si riduce sempre più al ruolo di spettatore collerico, che viene esortato a consumare passioni prefabbricate e a temere il proprio vicino in base a manicheismi identitari. Secondo Taguieff, all’intero del fronte progressista si possono isolare due tipi psicologici: da un lato, i semplici di spirito, che credono sinceramente ai fantasmi storici e ne traggono una sincera paura, dall’altro i cinici strateghi, che simulano l’allarme democratico al solo scopo di lucrare rendite elettorali e consolidare la propria egemonia istituzionale. Questa sorta di anti-estremismo d’ordinanza nasconde però un secondo inganno, ovvero un vero e proprio cospirazionismo dei moderati: liberali e socialisti si convincono dell’esistenza di un complotto populista internazionale e, così facendo, cadono nella stessa identica trappola mentale dei propri avversari.
Quando la fede dogmatica classica entra in crisi, non lascia il passo all’avvento di una diffusa razionalità, ma si trasferisce interamente verso i nuovi feticci dell’estremismo postmoderno come l’antispecismo o l’ecofemminismo radicale. La pulsione fanatica tende semplicemente a mutare d’abito pur di mantenere intatta la propria furia purificatrice e il proprio profondo disprezzo per la complessità della vita vera. Questo rivoluzionarismo senza rischio dei salotti accademici sostituisce l’analisi dei testi con la schedatura delle colpe storiche, stringendo un’alleanza tra il dogmatismo scientista e la cultura della cancellazione (effacement) per espellere dal consorzio civile chiunque rifiuti l’allineamento al pensiero dominante.
Dietro questa rincorsa all’ortodossia si cela un meccanismo psicosociale ben illustrato da Arie Kruglanski e noto come bisogno primario di chiusura cognitiva. Prima ancora di farsi dottrina, l’estremismo sarebbe una risposta difensiva all’ansia dell’incertezza e alla complessità di una società indecifrabile. L’individuo contemporaneo si aggrappa alla prima verità confezionata capace di offrirgli un senso di appartenenza e una gogna contro cui canalizzare il proprio risentimento. Una volta appagato questo bisogno di senso, la mente si chiude. L’intolleranza diventa un comodo rifugio e l’aggressione verso il nemico immaginario risulta l’unica condotta dotata di senso.
In conclusione, Taguieff propone uno statuto scientifico per la categoria di estremismo, nella quale si possono riassumere e combinare la legittimazione della violenza, l’intolleranza settaria e il fanatismo manicheo. Contro i tribunali dell’ortodossia e i prophètes de malheur di ogni fazione, Qui est l’extrémiste? si offre così, in ultima istanza, come il recupero del sano scetticismo metodologico teorizzato da Raymond Ruyer: un necessario e prezioso farmaco dello spirito, l’unico antivirus capace di preservare l’autentica libertà dell’intelletto. L’avversione profonda di Taguieff verso ogni forma di fanatismo si salda qui con la certezza, squisitamente liberale, che l’estremismo rappresenti l’autentica malattia senile della democrazia, il sintomo di una debolezza che ne corrode i presupposti deliberativi. Distinguere per discernere, separare le mistificazioni ideologiche dalle minacce oggettive, è questo il compito a cui le scienze politiche e sociali sono chiamate per risanare un dibattito pubblico gravemente ammalato. Senza la sua guarigione, la casa democratica resterà infestata dai fantasmi e al primo esorcista che busserà sarà subito aperta la porta.