Una stagione, una vita

Recensione a: Danilo Breschi, L’ultima estate, con undici acqueforti di Michele Cosci, Effigi, Arcidosso 2025, pp. 144, € 13,00,

di ANNA LONGONI*

Una coppia ripresa di spalle, in una sorta di controluce che spinge il lettore a unire il proprio sguardo a quello delle due figure, rivolte verso un ampio orizzonte di mare e di nuvole: è questa l’immagine che ci viene incontro sulla soglia dell’ultima raccolta poetica di Danilo Breschi.
L’acquaforte di Michele Cosci svela un tratto dominante del volume: quel controluce, e quella tensione verso lo spazio aperto, a cui il rarefarsi del segno regala leggerezza e luminosità, descrivono, con altro linguaggio, ciò intorno a cui si coagulano le parole del poeta. È lo stesso chiaroscuro dei suoi testi, è la rappresentazione figurata della medesima tensione tra memoria e futuro, tra nostalgie e speranze.
Sono molti gli opposti a cui tendono questi versi: ripiegamento e slancio, incontro e separazione, continuità e interruzione, vuoti e pieni, intreccio e lacerazione, raccoglimento e furore.
Sono poesie spesso ardue: segnate da ossimori e interrogativi; da riflessioni tese, che riguardano quasi sempre un io e un tu – delle undici tavole di Cosci che, superata la copertina, continuano il dialogo con i testi, quattro vedono la presenza della stessa coppia.
Sono poesie che non smettono di interpellare il lettore, costretto dall’intensità della scrittura e dalla sua autenticità a misurarsi con un’interpretazione che qualche volta si fa impervia, e chiede ripetuti attraversamenti: in questi casi occorre lasciare che i versi risuonino, e attendere che si stacchino insospettati frammenti di senso – le parole della letteratura, diceva Giorgio Manganelli, sono come un colpo di gong, e il loro oscuro significato come l’alone musicale che ne viene generato.
Alla complessità dei pensieri corrispondono vocaboli alti, sempre precisi, perché ci sono domande, quelle che riguardano la vita, che non possono rischiare l’approssimazione di parole vaghe: la lingua è segnata da torsioni che la vorrebbero oracolare, da accostamenti insoliti che sprigionano significati inattesi («trafitte da insonnie bucate», «nella palude delle occhiaie oblique», «l’antifona del niente», «impiccati alle domande»…), e qualche volta si apre alla brusca efficacia del quotidiano («io mano che cazzotta a vuoto»).
Le riflessioni di Breschi si fanno talora giro lungo di frasi, nella tensione delle inarcature, talora assumono la misura breve della sentenza («La perdita si fa ricordo / perché non muoia finché vivo»): nella diversità delle soluzioni, resta costante, anche là dove l’andamento è più prosastico, una tensione espressiva che moltiplica i significati, o li rende più complessi, nella costruzione di un ritmo a cui si accompagna un’attenta ricerca fonica (non è raro il ricorso alla rima).
È un volume che si può leggere come una narrazione, seguendo la successione dei testi, con personaggi che ritornano, o si confondono, oppure ad apertura di pagina: in ogni caso, nell’attraversare la raccolta, dove si incontrano schianti e lacerazioni, dove si aprono vertigini di nulla e strapiombi di perché, è bene lasciarsi accompagnare dai versi-confessione che, chiudendo l’ultimo testo, si tramutano in un prezioso invito al lettore: «mai ho perso / il senso degli umani accordi / lo splendido stonare della vita».

L’ultima estate (Atto II)

Ho la notte fonda e l’alba a galla
così che respiro buio e grido luce
mi piego in terra per spiccare in cielo
e sarò un sogno che t’ospiterà per sempre.

Con la fine di quell’ultima estate
sento il cuore che mi singhiozza
le lacrime da tener dentro
lucidano il mio occhio a battaglia
e fanno poeta la mia lingua.

Insegno al cuore l’arte del cucito
mi rammendo il dolore che apprendo
la ferita muta in cicatrice
come carne rinata vado in pasto
all’amore di me padre per te figlia.

La perdita si fa ricordo
perché non muoia finché vivo.

*Anna Longoni, allieva di Maria Corti, già docente a contratto presso l’Università di Pavia e di Milano-Bicocca, affianca studi sull’opera dantesca a percorsi di ricerca nell’ambito della narrativa italiana novecentesca. Studiosa di Ennio Flaiano, ne ha curato e ne cura la pubblicazione delle opere (ora in corso presso Adelphi). Ha scritto, tra gli altri, di Romano Bilenchi, Maria Corti, Giorgio Manganelli (cui ha dedicato la monografia Giorgio Manganelli o l’inutile necessità della letteratura, Carocci 2016), Ottiero Ottieri, Juan Rodolfo Wilcock.

https://www.cpadver-effigi.com/blog/ultima-estate-danilo-breschi/

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