La ballata del giglio alla forca

Paul Delvaux, Venere dormiente (1944)

La corda tesa oscilla al peso
dei mille argomenti di offesa
che fanno del tuo corpo croce col mio

perché ci siamo incontrati al bivio
là dove era tardi conoscersi
e aprirsi varchi a ritroso

potersi prendere il passato, smontarlo
quasi fossimo figli dell’istante,
macchine manipolate oltre Dio,
che nomino invano e in tua vece.

Ed ecco, compari sempre tu,
la snella asta che si arma di unghie
laccate, sì che incidono e colorano
la svuotata immagine di una bestemmia.

Mai visto a lungo frenare così
un corridore che asseconda le curve,
le stesse regole ripide, oscene parole
che meglio mutile ti penso la notte.

Congedo fresco al fianco dell’asma
con cui cuci il mio respiro in sudario
e l’impronta sigilli su mota e su giglio
che è il fiore spanato tradito incosciato.

Insomma, la via è maestra bendata
e mi adduce tra le reni di un vecchio
e drastico ricordo di te che parevi di fieno
la stessa pastura per me la stessa
dolente muscolatura che mastico a digiuno.

Ora non restano che metafore a petalo
qualcosa che pencola, qualcosa che sguscia
tra i polpacci di una volgare minaccia
si corre per la sagra dell’impiccato mite
e, muore non muore, a te ancora la vittoria.


Camille Saint-Saëns, Danse macabre (1874)

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