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Voci che riecheggiano/3 – A proposito di cosa significhi “libertà moderna”

Il 14 febbraio 1819, esattamente duecento anni fa, lo scrittore franco-svizzero Benjamin Constant (Losanna, 25 ottobre 1867 – Parigi, 8 dicembre 1831) pronunciava all’Athénée Royal di Parigi il suo celebre discorso De la liberté des anciens comparée a celle des modernes, testo che sarà poi inserito nel quarto e ultimo volume della collezione del Cours de politique constitutionelle, edito l’anno successivo. In esso Constant formula la distinzione, storica e teoretica, tra la libertà degli antichi e quella dei moderni. Il tema era già stato introdotto e meditato in due opere constantiane precedenti: i Principes de politique (redatti nel 1806, e rimasti in gran parte inediti fino al 1980) nonché De l’esprit de conquête et de l’usurpation dans leurs rapports avec la civilisation européenne (1814). Anticipazioni in tal senso già si trovavano nello scritto di Madame de Staël, Des circonstances actuelles, rimasto inedito fino al 1906 e alla cui redazione, intorno al 1798, aveva peraltro collaborato lo stesso Constant. Si tratta di una distinzione, non così rigida come verrà poi spesso intesa (e fraintesa), ma che comunque influenzerà enormemente il pensiero politico occidentale dei due secoli successivi, e avrà negli anni Cinquanta del Novecento un’importante rielaborazione e un originale sviluppo ad opera anzitutto di Isaiah Berlin (1909-1997). Riportiamo alcune parti di quel testo divenuto oramai un classico con cui potremmo, per così dire, celebrare il San Valentino del liberalismo, quel più genuino e ancora fecondo amore della(e) libertà [DB].
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Signori,
vorrei sottoporre alla vostra attenzione alcune distinzioni, ancora piuttosto nuove, tra due tipi di libertà: queste differenza sono finora rimaste inosservate, od almeno non sufficientemente rimarcate. La prima è la libertà il cui esercizio era così caro agli antichi popoli; la seconda quella il cui godimento è particolarmente prezioso per le nazioni moderne. Se io sono nel giusto, questa investigazione si rivelerà interessante da due differenti angolazioni.
Innanzitutto, la confusione di questi due tipi di libertà è stata tra di noi, nei giorni troppo famosi della nostra Rivoluzione, la causa di molte malvagità. La Francia è stata esaurita dagli esperimenti inutili, i cui autori, irritati dal loro povero successo, cercarono di forzarla a godere il bene che essa non voleva, e le negarono il bene che voleva.
Secondariamente, chiamati come noi siamo dalla nostra felice rivoluzione (la chiamo felice, nonostante i suoi eccessi, perché concentro la mia attenzione sui suoi risultati) a godere i benefici del governo rappresentativo, è curioso ed interessante scoprire perché questa forma di governo, l’unica al riparo della quale noi possiamo trovare qualche libertà e pace oggi, era totalmente sconosciuta alle nazioni libere dell’antichità.
[…] Innanzitutto chiedete a voi stessi, signori, che cosa un inglese, un francese ed un cittadino degli Stati Uniti intendono oggi con la parola libertà. Per ognuno di loro è il diritto di essere soggetti solamente alle leggi, e non essere arrestato, detenuto, messo a morte o maltrattato in qualsiasi modo da una volontà arbitraria di uno o più individui. É il diritto di ognuno di esprimere la propria opinione, scegliere una professione e praticarla, di disporre della proprietà, e anche di abusarne; di andare e venire senza permesso, e senza dover dare spiegazioni riguardo le sue intenzioni od imprese. É il diritto di ognuno di associarsi con altri individui, o per discutere i suoi interessi, o per professare la religione che egli ed i suoi associati preferiscono, ed anche semplicemente per occupare i propri giorni od ore nel modo che è più consono alle sue inclinazioni o capricci. Infine è il diritto di ognuno di esercitare qualche influenza sull’amministrazione del governo, o eleggendo tutti od alcuni ufficiali, oppure attraverso rappresentanze, petizioni, richieste alle quali le autorità sono più o meno tenute a dar retta. Ora confrontate questa libertà con quella degli antichi.
Quest’ultima consisteva nell’esercitare collettivamente, ma direttamente, diverse parti della completa sovranità; nel deliberare, nella pubblica piazza, circa la guerra e la pace; nel formare alleanze con governi stranieri; nel votare leggi, nel pronunciare giudizi; nell’esaminare i resoconti, gli atti, l’amministrazione dei magistrati [3. intesi come funzionari]; nel chiamarli ad apparire di fronte alle persone riunite, nell’accusarli, condannarli od assolverli. Ma se questo era ciò che gli antichi chiamavano libertà, essi ammettevano come compatibile con questa libertà collettiva la completa sottomissione dell’individuo all’autorità della comunità. Non si può trovare tra di loro quasi nessuno dei piaceri che abbiamo visto come parte della libertà dei moderni. Tutte le azioni private erano sottoposte ad una forte sorveglianza. Nessuna importanza era data all’indipendenza individuale, né in relazione alle opinioni, né al lavoro, né, soprattutto, alla religione. Il diritto di scegliere la propria affiliazione religiosa, un diritto che noi consideriamo come uno dei più preziosi, sarebbe sembrato agli antichi un crimine ed un sacrilegio.
Nel dominio che sembra a noi il più utile, l’autorità del corpo sociale interponeva sé stessa ed ostruiva la volontà degli individui. Tra gli Spartani, Terpandro non poté aggiungere una riga alla sua lirica senza causare offesa agli efori. Nelle più domestiche delle relazioni la pubblica autorità interveniva nuovamente. Il giovane lacedemone non poteva visitare la sua nuova moglie liberamente. A Roma, i censori gettavano un occhio indagatore sulla vita familiare. Le leggi regolavano i costumi e, dato che i costumi toccavano ogni cosa, vi era a stento qualcosa che le leggi non regolavano.
Così tra gli antichi l’individuo, quasi sempre sovrano nei pubblici affari, era uno schiavo nelle sue relazioni private. Come cittadino, egli decideva sulla pace e sulla guerra; come individuo privato, egli era costretto, guardato e represso in tutti i suoi movimenti; come un membro del corpo collettivo, egli interrogava, respingeva, condannava, riduceva in miseria, esiliava o sentenziava a morte i suoi magistrati e superiori; come un soggetto del corpo collettivo egli stesso poteva essere privato del suo stato, spogliato dei suoi privilegi, bandito, messo a morte, dalla volontà discrezionale dell’intero a qui egli apparteneva. Tra i moderni, al contrario, l’individuo, indipendente nella sua vita privata, e, anche nel più libero degli stati, sovrano solo in apparenza. La sua sovranità è ristretta e quasi sempre sospesa. Se, a fissi e rari intervalli, nei quali egli è ancora circondato da precauzioni ed ostacoli, egli esercita questa sovranità, è sempre unicamente per rinunciarvi.
[…] di tutti gli stati antichi, Atene era quello che più assomigliava a quelli moderni. In tutti gli altri la giurisdizione sociale era illimitata. Gli antichi, come dice Condorcet, non avevano nozione di diritti individuali. Gli uomini erano, per così dire, meramente macchine, i cui ingranaggi e ruote dentate erano regolati dalla legge. La stessa soggezione caratterizzava i secoli d’oro della Repubblica Romana; l’individuo era in qualche modo perso nella nazione, il cittadino nella città. Noi rintracceremo questa essenziale differenza tra gli antichi e noi stessi fino alla sua fonte.
Tutte le antiche repubbliche erano ristrette ad un piccolo territorio. Il più popoloso, il più potente, il più sostanziale tra di loro, non era uguale in estensione al più piccolo degli stati moderni. Come conseguenza inevitabile del loro piccolo territorio, lo spirito di queste repubbliche era bellicoso; ogni popolo incessantemente attaccava i suoi vicini od era attaccato da loro. Così condotti dalla necessità l’uno contro l’altro, essi si combattevano o si minacciavano l’un l’altro costantemente. Quelli che non avevano ambizione di essere conquistatori, non potevano comunque posare le loro armi, per paura di poter essere conquistati.
Tutti avevano da comprare la propria sicurezza, la propria indipendenza, la propria intera esistenza al prezzo della guerra. Questo era il costante interesse, l’occupazione quasi abituale degli stati liberi dell’antichità. Alla fine, quale un egualmente necessario risultato di questo modo di essere, tutti questi stati avevano schiavi. Le professioni meccaniche e persino, tra alcuni nazioni, quelle industriali, era legate a persone in catene.
[…] É facile vedere, Signori, l’inevitabile risultato di queste differenze. Innanzitutto, la dimensione di uno stato causa una corrispondente diminuzione dell’importanza concessa ad ogni individuo. Il più oscuro repubblicano di Sparta o Roma aveva potere. Lo stesso non è vero per i semplice cittadini della Gran Bretagna o degli Stati Uniti. La sua personale influenza è una parte impercettibile della volontà sociale che imprime al governo la sua direzione.
In secondo luogo, l’abolizione della schiavitù ha privato la popolazione libera di tutto l’agio risultante dal fatto che gli schiavi si prendessero cura della maggior parte degli obblighi. Senza la popolazione di schiavi di Atene, 20.000 ateniesi non avrebbero mai potuto spendere in discussioni ogni giorno alla piazza pubblica. Terzo, il commercio non lascia, come la guerra, intervalli di inattività nelle vite degli uomini. Il costante esercizio di diritti politici, le discussioni giornaliere degli affari di stato, i disaccordi, le confabulazioni, l’intero seguito e movimento delle fazioni, le necessarie agitazioni, l’obbligatorio riempimento, se posso usare questo termine, della vita delle persone dell’antichità, che, senza questa risorse avrebbero languito sotto il peso di una dolente inazione, causerebbe solo problemi e fatica alle moderne nazioni, dove ogni individuo, occupato con le speculazioni, le sue imprese, i piaceri che ottiene o per cui spera, non vuole essere distratto da loro se non momentaneamente, e per il minor tempo che sia possibile.
[…] noi non possiamo più godere della libertà degli antichi, la quale consisteva in un’attiva e costante partecipazione al potere collettivo. La nostra libertà deve consistere nel pacifico godimento e nella privata indipendenza. La partecipazione che nell’antichità ognuno aveva nella sovranità nazionale non era affatto un’astratta ipotesi come è ai giorni nostri. La volontà di ogni individuo aveva reale influenza: l’esercizio di questa volontà era un vivido e ripetuto piacere. Di conseguenza gli antichi erano pronti a fare molti sacrifici per preservare i loro diritti politici e la loro partecipazione all’amministrazione dello stato. Ognuno, sentendo con orgoglio ciò che il proprio suffragio valeva, trovava in questa coscienza della sua personale importanza una grande compensazione.
Questa compensazione non esiste più per noi oggi. Perso nella moltitudine, l’individuo non può quasi mai percepire l’influenza che esercita. L’esercizio dei diritti politici, quindi, ci offre solo una parte dei piaceri che gli antichi trovavano in essa, mentre allo stesso tempo il progresso della civilizzazione, la tendenza commerciale dell’era, la comunicazione tra le persone, hanno infinitamente moltiplicato e variato i mezzi di felicità personale.
Da ciò segue che noi dobbiamo essere molto più attaccati degli antichi alla nostra indipendenza individuale. Per gli antichi, quando essi sacrificavano l’indipendenza per i diritti politici, sacrificavano poco per ottenere molto; mentre nel fare lo stesso sacrificio noi daremmo molto per ottenere poco. Lo scopo degli antichi era la condivisione del potere sociale tra i cittadini della stessa madrepatria: questo è ciò che essi chiamavano libertà. L’obiettivo dei moderni è il godimento della sicurezza in piaceri privati; ed essi chiamano libertà la garanzia accordata dalle istituzioni a questi piaceri.
[…] Noi siamo uomini moderni, che vogliono ognuno godere dei propri diritti, ognuno sviluppare le proprie facoltà come preferiamo, senza nuocere a nessuno; vegliare sullo sviluppo di queste facoltà nei bambini che la natura affida al nostro affetto, tanto più illuminato quanto più è vivido; e necessitiamo che le autorità ci diano solamente gli strumenti generali di istruzione che possono offrire, così come i viaggiatori accettano da loro le principali strade senza che sia detto loro quale strada prendere.
[…] Non è alla sola felicità, ma al perfezionamento che il nostro destino ci chiama; e la libertà politica è il più potente, efficace mezzo di perfezionamento che il cielo ci abbia dato.
La libertà politica, sottomettendo a tutti i cittadini, senza eccezione, la cura e lo studio dei loro interessi più sacri, allarga il loro spirito, nobilita i loro pensieri e stabilisce tra loro una sorta di eguaglianza intellettuale che forma la gloria e la potenza di un popolo.
Così, vedete come una nazione cresce con la prima istituzione che le restituisce l’esercizio regolare della libertà politica. Vedete i nostri concittadini di tutte le classi, di tutte le professioni, emergere dalla sfera dei loro lavori abituali e della loro industria privata, trovarsi improvvisamente al livello delle importanti funzioni che le costituzioni affidano loro, scegliere con discernimento, resistere con energia, affrontare le minacce, nobilmente opporsi alla seduzione. Vedete un puro, profondo e sincero patriottismo trionfare nelle nostre città e ravvivare perfino i nostri più piccoli villaggi, permeare le nostre officine, rianimare le nostre campagne, penetrare i giusti ed onesti spiriti del coltivatore utile e del commerciante industrioso con il senso dei nostri diritti e della necessità di garanzie […].
Dunque, Signori, lungi dal rinunciare ad alcuna delle due specie di libertà che vi ho descritto, è necessario, come ho dimostrato, imparare a combinarle insieme entrambe. […] L’opera del legislatore non è completa quando ha soltanto portato pace al popolo. Anche quando il popolo è soddisfatto, resta ancora molto da fare. Le istituzioni devono realizzare l’educazione morale dei cittadini. Rispettando i loro diritti individuali, assicurando la loro indipendenza, evitando di turbare il loro lavoro, esse debbono comunque consacrare la loro influenza sugli affari pubblici, chiamarli a concorrere con i loro voti all’esercizio del potere, garantire loro un diritto di controllo e di supervisione esprimendo le loro opinioni; e, formandoli in tal modo mediante la pratica di queste elevate funzioni, dare loro sia il desiderio e la facoltà di adempierle.