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Se l’arte è bendata, la libertà precipita. Rileggendo “White” di Bret Easton Ellis

Chi è oggi Bret Easton Ellis? Per il lettore contemporaneo, cresciuto nell’ambito dei consumi digitali e della regolamentazione dei contenuti sui social network, il nome di Bret Easton Ellis potrebbe apparire legato a una stagione letteraria conclusa. Eppure, l’imminente debutto su Disney+ (il 6 agosto) di The Shards – l’attesissima serie tv, tratta dal suo ultimo romanzo (Le schegge, uscito nel 2023), prodotta da FX e dal Re Mida della serialità Ryan Murphy – sta per esporre le nuove generazioni al contagio del suo nichilismo assoluto. Più che un ritorno, è un cortocircuito generazionale. Vedere sullo schermo Homer Gere (figlio di quel Richard Gere che in American Gigolo di Paul Schrader incarnò l’archetipo della vacuità edonista) significa osservare farsi immagine le stesse ossessioni che Ellis ha teorizzato nelle pagine di White, il suo primo e ad oggi unico saggio. Pubblicato nel 2019, subito tradotto in Italia da Giuseppe Culicchia per i tipi di Einaudi, Bianco contiene molti spunti su cui merita fermarsi a riflettere, perché oltremodo utili a comprendere tic e fobie contemporanee. Come la paura che più ossessiona gli attori: ricevere critiche negative, per non parlare delle stroncature. Piacere sempre, a tutti, a ogni costo, questo il loro mantra. Nel nostro mondo digitale, dominato dai social media, il sogno di ogni attore si è trasformato nell’incubo di ogni cittadino. E la qualità di una democrazia non può non risentirne.
Tra gli anni Ottanta e l’inizio dei Duemila, Ellis ha rappresentato una voce critica fondamentale per comprendere la secolarizzazione della società occidentale e l’affermazione di quel nichilismo individualista che oggi è divenuto un comportamento non solo diffuso, ma inavvertito perché istituzionalizzato dai mezzi tecnologici di cui facciamo uso quotidiano, talvolta h24. Il suo esordio come scrittore avviene nel 1985 con Meno di zero. All’epoca è appena ventunenne, essendo nato a Los Angeles il 7 marzo del 1964. In questo romanzo Ellis descrive la vita della gioventù benestante di Los Angeles: un contesto sociale e generazionale caratterizzato dall’abbondanza materiale, dall’abuso di sostanze e da una diffusa apatia affettiva. Temi che costituiscono il suo Leitmotiv, che arriva sino all’ultima opera e all’imminente nuova serie tv. Meno di zero segnò la nascita del movimento letterario definito Brat Pack, un gruppo di giovani scrittori accomunati da uno stile essenziale, privo di mediazioni morali e focalizzato sulla descrizione diretta della realtà circostante.
Nel 1991, con American Psycho, il successo di Ellis varcò i confini americani. Il protagonista del romanzo, Patrick Bateman, è un investitore di Wall Street che divide la propria esistenza tra la cura meticolosa del proprio corpo, l’ostentazione dei marchi di lusso, la frequentazione dei locali più alla moda di Manhattan e una serie di omicidi tanto violenti quanto del tutto gratuiti. In esergo, non a caso, compaiono tre citazioni, una più eloquente dell’altra: il Dostoevskij di Memorie del sottosuolo, quindi un distico tratto dal brano Nothing (but Flowers) dei Talking Heads (al loro ultimo album, Naked, anno 1988), e infine, in mezzo alle due, un passo di Judith Martin, celebre giornalista statunitense, universalmente nota con lo pseudonimo di “Miss Manners”:

Uno dei più gravi errori che si compiono consiste nel pensare che le buone maniere siano solo espressioni di idee felici. C’è tutta una gamma di comportamenti che possono manifestarsi all’insegna delle buone maniere. In ciò consiste appunto la civile convivenza, se non la civiltà: comportarsi in modo educato anziché apertamente antagonistico. Uno degli ambiti in cui abbiamo fatto fiasco è il movimento naturalistico rousseauiano degli anni sessanta, allorché si diceva: “Perché non dire quello che si pensa?”. In un consorzio civile hanno da esservi alcune remore. Se dessimo retta a ogni nostro impulso, ci scanneremmo a vicenda.

American Psycho fece enorme scalpore e ricevette dure contestazioni pubbliche. L’editore originario rescisse il contratto ed Ellis fu accusato di sadismo, omofobia e misoginia. La critica del periodo non colse la natura satirica del testo, identificando la descrizione della deviazione psicologica con la sua condivisione da parte dell’autore. Con i successivi Glamorama (1998) e Lunar Park (2005) il romanziere californiano ha proseguito l’esplorazione dei temi legati all’alienazione sociale e alla perdita di contatto con la realtà in contesti dominati dalla cultura dell’immagine. Il bersaglio è sempre l’upper class delle due coste degli Stati Uniti. A questi lavori è seguito un lungo periodo di silenzio editoriale, interrotto dalla conduzione di un podcast indipendente e dalla pubblicazione di questa raccolta di saggi intitolata White, anche qui un po’ provocatoriamente e un po’ in omaggio alla sua musa Joan Didion, giornalista e scrittrice, maestra del New Journalism, anche lei originaria della California.
Possiamo dire che l’attuale minore notorietà di Ellis, fatto salvo il possibile successo della serie The Shards, non deriva da una perdita di valore della sua scrittura, ma da una trasformazione dello spirito pubblico. La società odierna tende a escludere l’ambiguità e la sgradevolezza artistica a favore di un moralismo rassicurante, preferendo ignorare le voci dissenzienti piuttosto che affrontarle nel merito. L’osservazione di “Miss Manners” racchiude un’antica saggezza politica, è vero, ma tra amministrazione della cosa pubblica e creatività artistica deve pur restare una certa distanza, pena l’inquinamento e relativo deperimento dell’una come dell’altra. È fondamentale riconoscere il valore civile delle “remore” e delle buone maniere per la sopravvivenza della società (questa l’aristotelica phronesis, antica saggezza pratica). Lo è altrettanto mettere in guardia contro il pericolo più grande del nostro tempo: l’estensione di quelle stesse regole e censure al territorio dell’arte. Quando la politica esige che l’arte sia “educata” e priva di antagonismo, l’arte muore e la politica si trasforma in dittatura da Stato etico.
Proprio un’opera come White è stata vittima dell’ennesimo abbaglio della critica mainstream, incline a liquidarne le numerose e penetranti invettive come espressione di un passatismo reazionario. Ellis, omosessuale dichiarato, non muove la sua critica da una posizione di intolleranza bigotta, bensì dal versante opposto. Suo intento è la difesa radicale della libertà espressiva contro ogni forma di ingegneria sociale e contro quel tribalismo identitario, noto oggi come cultura woke, che riduce l’individuo alla propria categoria di appartenenza. Con White Ellis eredita la funzione che Tom Wolfe, come e ancor più di Didion, esercitò tra la metà degli anni Sessanta e la fine degli Ottanta. Assume cioè le vesti di osservatore caustico dei costumi del proprio tempo. Pur distanti nello stile, i due autori condividono la medesima attitudine nel decostruire l’ipocrisia delle classi dirigenti attraverso lo studio maniacale dei loro consumi e la denuncia di quel conformismo intellettuale che Wolfe definì come radical chic.
Nella prima parte del suo saggio Ellis rievoca gli anni della giovinezza nella California degli anni Settanta e spiega l’influenza esercitata su di lui dal cinema del periodo; in particolare dai film di registi come Brian De Palma, John Carpenter o il già citato Schrader con il suo American Gigolo (il cui impatto «su di me è impossibile da quantificare», confessa lo scrittore). A quel tempo, tra i capannoni dell’industria di Hollywood si trovava ancora la voglia di scrutare dentro il cuore di tenebra dell’animo umano, indagare le contraddizioni della morale e le ossessioni che muovono da sempre uomini e donne. È in queste pagine dedicate alla sua passione per il cinema anni Settanta e primi Ottanta che emerge con forza la preoccupazione principale del romanziere americano, ossia l’indipendenza dell’opera d’arte dai giudizi etici espressi dalla società in cui questa prende forma.
A conferma di una costante osmosi tra autobiografia e saggistica, il resoconto del precoce successo editoriale e della vita culturale nella New York della seconda metà anni Ottanta costituisce la base per l’esame del presente. Ellis descrive la genesi di American Psycho, chiarendo come il libro non sia nato con l’intento della provocazione a buon mercato per ottenere un sicuro successo commerciale, ma sia scaturito da una reale condizione di isolamento personale e dal rifiuto di adeguarsi alle aspettative di un ambiente basato esclusivamente sull’apparenza. La seconda parte di White mantiene intatta la propria capacità di critica culturale, antropologica e politica. Lo scrittore californiano esamina infatti le trasformazioni del dibattito pubblico negli Stati Uniti a partire dal 2016. La reazione delle élite culturali e dei media all’elezione di Donald Trump viene analizzata non per difendere la figura del presidente, che Ellis considera del tutto inadeguata, bensì per evidenziare l’irrigidimento ideologico della sinistra americana e la nascita di una nuova inquisizione, con censure e scomuniche.
Più di recente, Ellis ha definito Trump come un «elemento di rottura» (the Disruptor), un fattore di disturbo del sistema, assimilabile, sul piano simbolico, alla figura del «padre che Patrick Bateman non ha mai avuto» (the father Patrick Bateman never had). Se negli anni Ottanta il magnate newyorkese, citato innumerevoli volte in American Psycho, rappresentava l’idolo supremo e irraggiungibile degli yuppie di Wall Street, in White l’attuale presidente Usa diventa lo specchio impietoso che svela le fragilità emotive e l’ipocrisia dell’establishment culturale di un impero al tramonto. Cinquanta Stati sempre meno uniti, alquanto divisi, ogni giorno di più. Ellis, in particolare, mette in luce lo sviluppo di una forma di controllo sociale basata sulla pressione del gruppo, sull’allineamento aziendale e sul giudizio sommario espresso all’interno delle reti sociali.
Nei successivi e più recenti interventi, affidati a dichiarazioni pubbliche e ai giudizi espressi nella sua trasmissione The Bret Easton Ellis Podcast, lo scrittore californiano dimostra di non aver modificato opinione, anche perché la sua diagnosi ha trovato non poche conferme. Ellis continua a denunciare quella che definisce una «muffa progressista» (liberal mustiness) presente all’interno dell’industria culturale del suo Paese, un’ortodossia ideologica che a suo avviso vizia il giudizio della critica e impedisce di cogliere le reali fratture che lacerano sempre più la società americana. Come insegna ogni buon manuale di teoria politica, a un estremismo troppo a lungo consentito segue un altro, uguale e contrario. Ed ecco trumpismo e ultradestra MAGA. Ribadendo il proprio rifiuto di aderire ai programmi di entrambi i partiti storici, democratici e repubblicani, da lui giudicati «completamente folli» (completely bonkers) e distanti dalla complessità del multiforme territorio nordamericano, Ellis si mantiene su una posizione di radicale e coerente isolamento intellettuale.
Per chi volesse leggerlo oggi, White offre elementi utili a comprendere i tratti distintivi dell’attuale uniformità culturale. Capirebbe dove e quando si è originato parte del contesto nel quale ci stiamo muovendo, anche in Italia. Ellis osserva come i criteri ideologici abbiano sostituito la valutazione estetica. Un’opera d’arte, sia essa un romanzo, un film o uno spettacolo teatrale, non viene più esaminata per il valore formale o per la capacità di rappresentare le contraddizioni dell’esperienza umana, ma per il grado di adesione a determinati precetti etici. Si afferma così la pratica della “virtù esibita” (virtue signaling), in cui l’obiettivo primario non è l’azione giusta in sé, ma la sua ostentazione pubblica sulle piattaforme digitali alla ricerca del consenso della propria comunità di riferimento.
Uno dei punti centrali della seconda parte del saggio è l’analisi del mutamento antropologico delle generazioni nate a ridosso del nuovo millennio. Ellis esamina gli effetti di un sistema educativo e familiare orientato alla protezione assoluta dell’individuo sin dai primi anni di vita, tutto teso a evitare il confronto con l’insuccesso, la difficoltà o il dissenso. Il risultato di questo approccio è una diffusa fragilità emotiva, che si traduce nell’incapacità ad affrontare la complessità dei rapporti interpersonali e della realtà sociale, politica ed economica. Quel che emerge in modo allarmante è la scomparsa del senso del tragico, o almeno una consapevolezza condivisa della drammaticità dell’esistenza. Se nella cultura classica la comprensione della realtà derivava dal confronto doloroso con il limite e con l’alterità, la sensibilità contemporanea tende invece a rimuovere qualsiasi elemento di potenziale disturbo psicologico. La diffusione di avvisi di tutela (trigger warnings) e di spazi protetti (safe spaces) viene letta da Ellis come il sintomo di un’involuzione culturale. Il rifiuto del dibattito dialettico e delle opinioni contrarie trasforma la sfera pubblica in un sistema chiuso, dove il dissenso non è considerato una legittima espressione del pensiero, ma una colpa morale da sanzionare attraverso l’esclusione sociale. Questo tipo di analisi può essere legittimamente estesa alla natura delle relazioni umane, sempre più impoverite dalla necessità di tutelare costantemente la propria reputazione. L’individuo descritto in White appare impegnato nella manutenzione della propria immagine pubblica, rinunciando alla spontaneità e all’autenticità per non perdere il consenso del gruppo.
In conclusione, White va letto come un’analisi critica dei mutamenti di costume avvenuti negli ultimi quarant’anni e sullo stato della cultura occidentale, non solo americana. A farla da padrone è un nuovo conformismo, seppure si presenti con stili di condotta e linguaggi apparentemente più disinibiti e disinvolti rispetto ai dogmi sociali degli anni Quaranta o Cinquanta del secolo scorso. A sette anni dalla sua uscita negli Stati Uniti, il persistente valore di questo saggio risiede nella sua natura di testimonianza indipendente. Ellis rivendica il diritto all’errore, alla sgradevolezza e all’autonomia del giudizio. Non offre soluzioni predefinite né aspira a farsi manifesto ideologico. Semplicemente vuole esprimere il proprio netto rifiuto del nuovo puritanesimo, dichiaratamente ateo ma corredato da nuovi idoli prêt-à-porter, e non vuole sacrificare la complessità della letteratura alle esigenze della propaganda e a una sorta di profilassi linguistica e mentale compiuta in nome dell’ideologia della political correctness. Ellis intende mostrarci come una società incapace di tollerare l’ambiguità espressiva propria dell’arte, ma anche della satira e dell’ironia dell’uomo di strada, rischia di compromettere in modo irreparabile la propria libertà civile. White stimola ancora il lettore odierno proprio perché rifiuta intenti consolatori. Costringe a guardare dentro i buchi neri della tarda modernità occidentale e ci pone una questione fondamentale sul reale esercizio o meno della nostra responsabilità intellettuale. Siamo ancora capaci di reggere il peso della nostra stessa libertà?
Ecco allora che il modo in cui Christopher Nolan ha riletto il mito di Ulisse nella sua discussa e fortunatissima Odissea appare assai meno peregrino e più fecondo che mai. Senza paraocchi, l’arte galoppa così tanto da esplorare l’universo intero. D’altro canto, resta valida e in attesa di risposta anche l’altra domanda, altrettanto scomoda: quanto può aprirsi una società senza sventrarsi? E torniamo così al quesito iniziale: fin dove il limite è virtù vivificante e quando diventa catena mortifera? Nella tensione spossante fiorisce una società aperta. Sisifo è il suo eroe e va immaginato felice.

Bret Easton Ellis, Bianco (2019), trad. it. di G. Culicchia, Einaudi, Torino 2020 (ediz. tascabile), pp. 270, € 12,00.