Archivi tag: 7 ottobre 2023

L’11 settembre fu una svolta, epocale

L’undici settembre non è stato affatto un falso allarme, ma una svolta epocale che ha inoculato la logica del caos e del terrore nel cuore pulsante dell’Occidente. Madrid, Londra, Parigi, Bruxelles, Nizza, Berlino, Manchester, Barcellona, Magdeburgo, fino al 7 ottobre 2023: una catena lunga di attentati che non può essere liquidata come incidenti di percorso o un costo che tutto sommato non ha cambiato le nostre vite. A venticinque anni dall’attentato alle Torri Gemelle, l’ottimismo ostentato da gran parte delle nostre classi dirigenti – condensato nel titolo del recente fascicolo della rivista “Formiche”, «L’Occidente non è crollato. Perché il terrorismo ha perso [e perderà sempre]», e parzialmente presente anche nell’editoriale di Federico Rampini sul “Corriere della Sera” – confonde la sopravvivenza delle strutture con la vittoria politica. Se è vero che il capitalismo globale è rimasto impermeabile allo shock, mostrando di essere il più resiliente tra i sistemi organizzativi inventati dall’uomo, sul piano storico-politico il bilancio di questo quarto di secolo fotografa un trionfo invisibile ma devastante: quello della paura.

Si tende a valutare l’efficacia dell’atto terroristico con il metro di misura della guerra tradizionale: il crollo istituzionale, la conquista del territorio, l’invasione delle orde paventata a caldo vent’anni fa. Ma l’obiettivo intrinseco al terrorismo non è mai stato la sostituzione di un ordine con un altro ordine; il suo fine ultimo è la distruzione psicologica dell’avversario, la sua destabilizzazione permanente, l’interiorizzazione di un senso di minaccia costante, la produzione endogena del caos dopo una prima massiccia dose iniettata dall’esterno. Magari tramite un attentato eclatante, inimmaginabile, come l’11 settembre in effetti è stato. Nemmeno nei film più catastrofisti si era forse riuscito a idearlo. Sotto questo profilo la logica terroristica ha trionfato. Non viviamo forse oggi, un po’ tutti in Occidente, in società profondamente e strutturalmente “impanicate”? Le nostre classi dirigenti non si muovono forse dentro un perenne stato di eccezione psicologico, dove l’ansia della sicurezza ha progressivamente divorato le libertà fondamentali del liberalismo classico? Il bersaglio grosso è stato centrato: costringere l’Occidente a rinnegare se stesso per difendersi.

C’è un sottosuolo filosofico che spiega in parte questo cedimento nell’intimo della coscienza occidentale, intuito da André Glucksmann nel suo Dostoevskij a Manhattan, libro uscito a ridosso dell’attentato. I terroristi che squarciarono il cielo di New York non venivano da un remoto Medioevo, ma erano i figliastri ipermoderni del nichilismo europeo, eredi diretti di quei “démoni” russi descritti da Dostoevskij. Il terrore non ha fatto altro che attivare e accelerare un nichilismo già latente, incubato da tempo nelle viscere dell’Occidente. Il nichilismo è qui al tempo stesso matrice e feccia residua dell’atto distruttivo: la violenza colpisce dall’esterno perché trova all’interno una civiltà secolarizzata che ha già fatto il vuoto intorno ai propri valori permanenti. Ma non è spiegazione esauriente. Anzi, a distanza di venticinque anni, risulta persino fuorviante.

Quando Marcello Veneziani, un po’ nel solco di Glucksmann, scrive nel suo editoriale su “La Verità” che l’allarme ha superato la realtà e che il nemico principale resta il nichilismo interno, ovvero la «depressa vitalità» dell’Occidente, forse sottovaluta quanto quel colpo sia andato drammaticamente a segno. Quella depressione vitale non è una tara indipendente, ma l’esito psicologico del trauma. Gli anni Ottanta e Novanta, pur con le loro illusioni globaliste, erano stati una stagione di indubbia fiducia, di espansione e di ottimismo storico. L’Occidente stava faticosamente uscendo dalle secche del pessimismo novecentesco. L’11 settembre ha spezzato quella rincorsa, cogliendo la nostra civiltà alle spalle e facendola ripiegare in un egoismo difensivo.

Il termometro più evidente di questa involuzione è la traiettoria seguita dalla superpotenza americana. Dal 2001 a oggi la politica estera di Washington non è stata guidata da una visione strategica autonoma e lungimirante, ma è rimasta parassitaria rispetto alle provocazioni dei suoi nemici, procedendo costantemente a ruota di una reazione dettata dalla paura. Lo si è visto dapprima nella risposta militare di Bush Jr., mossa dall’illusione neocon di poter rifare il mondo a tavolino, quell’esportazione della democrazia sulla punta delle armi che ha generato i disastri geopolitici dell’Iraq e dell’Afghanistan. Si dirà: non poteva altrimenti dopo quel trauma così osceno o comunque trattasi di reazione comprensibile. Guarda caso, stesso discorso si è ripresentato dopo il 7 ottobre per Israele e il premier Netanyahu. I tempi e i modi non hanno però ridotto il caos, in nessuno dei due casi. Analoga ansia ha informato, sia pur per contrasto, il disimpegno delle presidenze di Obama (specie la seconda), del primo Trump e quindi di Biden, un ripiegamento timoroso di restare impantanati che ha finito per lasciare vuoti di potere subito colmati dal disordine. Fino a giungere all’arroganza del secondo Trump: una postura da bullo che, dietro una retorica aggressiva, nasconde la medesima sindrome d’assedio, un isolazionismo rancoroso che è figlio legittimo del panico. Ogni mossa della Casa Bianca, pur cambiando l’inquilino e il colore politico, è stata così per lo più determinata non dalla forza dell’iniziativa autonoma e lungimirante, ma dalla debolezza di una risposta ansiosa alla minaccia esterna.

Se il terrorismo islamista si è frammentato, forse sbriciolato, come attore militare (col fenomeno residuale, ma tutt’altro che marginale, dei “lupi solitari”), la sua eredità psicologica è diventata il software di governo del nostro tempo. Il “Nuovo Disordine mondiale” non è figlio del crollo dei mercati, ma della capitolazione politica e spirituale di una civiltà che ha smesso di credere nei propri fondamenti per farsi governare dai propri incubi. In tutto questo l’11 settembre ci ha messo del suo: un carico da novanta. E quel fardello è ancora lì fra noi.

Per una tragica ironia della storia, Ground Zero è espressione che nasce nei primi anni ’40 durante il progetto militare denominato “Manhattan”. Indica il punto sulla superficie terrestre esattamente in perpendicolo rispetto al centro di un’esplosione nucleare. Oltre alla bomba atomica, venticinque anni fa, nell’isola di New York bagnata dal fiume Hudson e che porta quello stesso nome, Manhattan, si è aggiunta un’altra immensa, pesantissima spada di Damocle. Stavolta, però, giunta da fuori. E non possiamo non continuare a farci i conti. Ci piaccia o meno, il senso di una minaccia incombente ha reso più fragile l’Occidente. Non dovrebbe perciò affatto sorprenderci se la troviamo una civiltà un po’ stanca e depressa.