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Un giudice esistenzialista presiede la repubblica di Sorrentino

La grazia, il nuovo film di Paolo Sorrentino, farà la gioia di molti filosofi, siano essi teorici del diritto o della morale, epistemologi oppure esistenzialisti. Il regista napoletano è tornato a lavorare molto sulla trama e l’ha infarcita di temi, tanti e tali da disorientare lo spettatore, confonderlo. Diritto, verità, scelta, decisione, responsabilità. E il dubbio che, immenso, tutto sovrasta. Intorno a questi temi, vasti come oceani, pesanti come macigni, Sorrentino costringe a riflettere. Il diritto di cui si parla è, nello specifico, il penale. In questa disciplina è autorità indiscussa il protagonista del film, un presidente della Repubblica italiana appena entrato negli ultimi sei mesi del suo mandato. Siamo quindi nel cosiddetto “semestre bianco”, periodo nel quale non può più esercitare una delle sue prerogative più rilevanti, ovvero sciogliere le Camere. Il presidente è inoltre un uomo «molto, molto intelligente», così viene definito a metà del film.

Come in altre opere di Sorrentino, i dialoghi sono importanti. Forse persino di più. La grazia ha, a mio avviso, due pregi: la sceneggiatura e la recitazione. Toni Servillo nei panni del presidente Mariano De Santis, vedovo malinconico e cattolico devoto, è aderente come non mai al ruolo assegnato, cosicché la sua faccia abbandona ogni ammiccamento da maschera e si trasforma in un volto, assolutamente credibile, che attrae lo spettatore e lo cattura, perché gli parla da umano a umano. Per questo il film regala persino un momento finale di autentica commozione.
Forse La grazia è meno potente in termini di immagini, fatta appunto eccezione per i primi piani sui volti di Servillo e di Anna Ferzetti, bravissima nel ruolo della figlia del presidente. Applausi anche per Giuseppe Gaiani, nel ruolo del generale degli alpini, e Milva Marigliano, che interpreta l’estrosa amica di vecchia data, alter ego del personaggio di Dadina ne La grande bellezza. Anche in questo nuovo film la musica si conferma musa ispiratrice, che scandisce il ritmo narrativo. Un motivo elettronico ogni tanto s’affaccia, è tipo una scarica elettrica, la chiave di accensione del motore che trasforma la coscienza del protagonista. La spinge all’azione.
Quanto a visionarietà La grazia cede molti punti a La grande bellezza o a Parthenope. Ricorda maggiormente le prime opere di Sorrentino, che indugiavano meno su estetica iconografica e fantasie oniriche ma erano molto coinvolgenti in termini di trama. La narrazione è più tradizionale, lineare. Stavolta lo scrittore pensoso e desideroso di dire prevale sul regista immaginifico e smanioso di stupire. Guarda caso, al centro del racconto sta un personaggio che non riesce più a sognare.

I dialoghi, dicevamo. E dei quattro o cinque temi posti al centro del racconto. Il diritto è senz’altro quello centrale. Meglio: è la premessa. Si veda, a tal proposito, uno dei tanti dialoghi brevi che sorreggono questa nuova sceneggiatura di Sorrentino. Frasi che aspirano a trasformarsi in aforismi o proverbi Zen. Si parte con un’affermazione, segue la domanda di chiarimento, chiude una risposta che diventa sentenza. Definitiva, o quasi.

Il diritto penale è così: una scalata dell’impossibile.
Se permette: cosa intende per impossibile?
Stabilire la Verità.

Ecco quindi che il tema del diritto, unito al ruolo del giudice, apre alla questione, eterna, vessatissima, della verità. Con la V maiuscola. Il presidente, di formazione giuridica, a suo agio con articoli e commi, aspira alla Verità su tutto e tutti. A partire da quella sul passato suo e di sua moglie, del suo presunto tradimento. Chi era Lei? E chi sono stato allora Io? E Lui? Lui chi è? Con chi Lei mi ha tradito? Ecco le domande che assillano le notti insonni del presidente. Il dubbio come rovello è male. Paralizza l’uomo, rende impotente il politico. Un governante che tentenna è una contraddizione in termini. Una sciagura per un Paese. A prima vista, Mariano De Santis sembra incapace di decidere. Ma se non scegli e quindi decidi, a cosa servi? Servitori dello Stato si è se, specie in qualità di presidenti eletti, si mette la politica, ossia le Leggi della Città, al servizio della cosa pubblica, dell’intera comunità dei cittadini. È così che potremmo leggere il sostrato ideologico che sorregge il film di Sorrentino. Sulla Chiesa, poi, il regista napoletano è tranchant come sempre: ribadisce il suo disprezzo ironico, la sua satira grottesca, per un’istituzione che in nome del dogma non si apre alla vita vissuta, che, in quanto tale, è sempre e solo esperienza singolare. Unica, irripetibile, incasellabile.
La ragione giuridica, se disincarnata, rischia di non vedere la realtà. Di troppa astrazione e generalizzazione muore il diritto. Sembra che in entrambi i casi, per il Papa come per il Giurista, l’incertezza susciti molta paura. Il dubbio è alimentato dall’incertezza. Se però, a sua volta, amplifica l’incertezza, allora innesca un circolo vizioso. Diventa patologico. In questo caso vince la forza di gravità. Qualcosa di simile a ciò che intendeva Simone Weil parlando di pesanteur. Una forza spirituale e psicologica negativa, perché induce a confondere l’ombra, cioè il proprio ego, con la realtà. Qualcosa che allontana dalla grazia, appunto, che è incontro. Per Sorrentino, assai più laico e molto meno mistico di Weil, si tratta proprio di incontro con il proprio simile. Niente ascesi verso Dio, tutto molto orizzontale, al più è redenzione intramondana. Ed ecco perciò il riferimento all’amore, motivo che cresce verso la fine del film. Il presidente non sogna perché bloccato dalla propria indecisione. Ma decidere vuol dire forse avere piena e totale chiarezza di come stiano davvero le cose? È mai possibile essere assolutamente certi di chi sia il colpevole da salvare, l’innocente da condannare? Il diritto penale recita: «oltre ogni più ragionevole dubbio». Questa formula non esime dall’assunzione di una responsabilità. Col dubbio si deve imparare a convivere. Va addomesticato. Abita le coscienze delle persone oneste come fosse uno di casa. Alla fine, in ogni caso, c’è sempre un uomo – il giudice, il Presidente della Repubblica, il governante di turno – che sceglie e si assume onori ed oneri di una decisione. Taglia il nodo di Gordio senza aver mai la certezza assoluta di stare dalla parte del Bene, ben distino e distante rispetto al Male.

Nel recensirlo, qualcuno ha scritto che il nuovo film di Sorrentino è serio, come il suo personaggio, e che questo è un bene. Il regista napoletano pare voler toccare con La grazia questioni spinose e farlo nella piena consapevolezza della loro complessità estrema. Si parla di eutanasia e concessione della grazia. Del dilemma morale che accompagna ogni grande scelta, anzitutto politica. Rispetto al passato, Sorrentino pare più clemente verso la difficile arte del governare. Senza mai dimenticare che il presidente del Consiglio si chiama comune Giulio Malerba (sic!). Dipende quindi da chi esercita il potere. Stavolta Sorrentino ha trovato il suo eroe. Un giudice esistenzialista con un forte senso dello Stato. Grazie a lui il compromesso non pare più essere ipocrita sinonimo di gioco al ribasso, meschino trasformismo affinché nulla cambi e la conservazione degli interessi dominanti prosegua tronfia e trionfante. Tant’è vero che nel film si afferma, senza alcun velo d’ironia:

La burocrazia, tutti la detestano perché è lenta ma serve proprio a questo.
A cosa?
A non prendere decisioni affrettate.

Come suggerisce Coco Valori, la vecchia amica del presidente, i politici dovrebbero imparare a trattenere con la verità un rapporto meno isterico. Cosa vuol dire? Per uno psicoanalista significherebbe cercare la verità mantenendola al contempo inaccessibile. Un atteggiamento ambiguo: si desidera la verità ma la si rifiuta, mettendo in atto una costante insoddisfazione e una manipolazione del desiderio. Nel film di Sorrentino s’intende piuttosto che bisognerebbe porsi in ascolto delle esigenze di ciascuno, metterlo nelle condizioni di essere sovrano delle proprie scelte. «La domanda è una sola: di chi sono i nostri giorni?», è così che la figlia innesta un tarlo nella coscienza del padre. L’ultimo atto del suo mandato sarà proprio la firma della controversa legge sull’eutanasia, riveduta e corretta alla luce del dubbio positivo, inteso come ponderazione, misura, senso del limite. Il dado è tratto, quindi. A motivare la decisione finale il desiderio di collegarsi al nuovo, di passare il testimone alle nuove generazioni. Infatti, al telefono con una giornalista di moda, nello spiegare la sua scelta De Santis risponde che «il Papa deve rendere conto a Dio. Io ai miei figli». Ecco il vecchio che fa largo ai giovani, più coraggiosi e pronti al cambiamento perché in piena sintonia con il proprio tempo. Anche il regista irriverente scivola così nella retorica più alla moda, quella di stampo progressista. Insomma, lo slogan è sempre quello: il nuovo che avanza. Lo stesso dicasi per una scena precedente, simpatica e banale, in cui la ricerca di svecchiamento avviene tramite ascolto di musica rap da parte di un ingessato presidente democristiano, noto col nomignolo di “cemento armato”. In ogni caso, l’arte di Sorrentino smorza l’eco di queste cadute. Innocenti e didascaliche. Utili però a mantenere il contatto col più largo pubblico, a tenere distante l’intellettualismo fine a se stesso di certo cinema d’essai. Continuamente oscillante tra volgare e sublime, cultura pop e letteratura raffinata, lo stile di Sorrentino è fatto anche di cadute di stile.

Forse per raccontare a pieno La grazia e quella «bellezza del dubbio» con cui si compie la presa di coscienza del protagonista sarebbe stato più coerente togliere invece di aggiungere. Un po’ di dieta avrebbe asciugato e affilato la bellezza di questo film luculliano. Ma Sorrentino è e resta un grande artista barocco. Alla fine sembra suggerirci che il dubbio sia bello perché obbliga a decidere. Come a dire, l’uomo è condannato a essere libero. Se è così, allora deve fare i conti con tale condizione, tanto più se si tratta di un uomo eletto alla guida di una comunità. Tra i filosofi, anche il seguace dell’esistenzialismo ateo trova soddisfazione nel guardare La grazia.
La decisione pare liberare dalla gravità di una scelta invero difficile, forse impossibile, che ha giustificato un dubbio coltivato a lungo. La scelta, una volta compiuta, parrebbe non lasciare residui di pesantezza. La responsabilità, espletata, solleva. L’ex presidente fluttua infine nell’aria come una lacrima nello spazio, dove il dolore si tramuta in gioia. L’appendice con cui si chiude il film, messa a mo’ di post scriptum, denuncia però un qualche bisogno di correzione da parte del regista. Di chiarimento. Come se Sorrentino volesse ribadire che, al netto della decisione finale, grave ma liberatoria, assunta dal presidente, il tarlo del dubbio torna a rodere, sia pure in forma più lieve. La vita richiede questo: il coraggio di agire nella ricorrente incertezza, ossia aver cuore e gestire la paura, anche di sbagliare.

LA GRAZIA (2025)
Film scritto e diretto da Paolo Sorrentino
Con Toni Servillo, Anna Ferzetti, Orlando Cinque, Milvia Marigliano, Massimo Venturiello, Simone Colombari, Guè