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Denis de Rougemont e l’Europa da non perdere

La nuova Strategia per la sicurezza nazionale (National Security Strategy) statunitense adottata nel 2025 dall’amministrazione Trump nel suo secondo mandato presidenziale redarguisce a più riprese l’Europa:

Vogliamo sostenere i nostri alleati nel preservare la libertà e la sicurezza dell’Europa, ripristinando al contempo la fiducia nella propria civiltà e l’identità occidentale dell’Europa […]. Vogliamo che l’Europa rimanga europea, che ritrovi la fiducia in se stessa come civiltà e che abbandoni la sua fallimentare attenzione alla soffocante regolamentazione.

Il tono della reprimenda oscilla tra il paternalista e il pedagogico. Nel documento si vuole correggere vere o presunte degenerazioni, sottintendendo che gli Stati Uniti d’America sanno meglio degli europei cosa sia e debba essere l’Europa. Ovviamente, l’imputato principale è l’Unione Europea, in particolare i suoi membri collocati nella parte occidentale del Vecchio Continente, espressione, quest’ultima, che si diffuse proprio dopo la scoperta delle Americhe, identificate con il Nuovo Mondo. Questo tipo di giudizi (e pregiudizi) così severi non costituisce affatto una novità. La lunga storia delle relazioni transatlantiche è costellata di reciproche accuse e frequenti incomprensioni.
Fosse stato ancora vivo, quelle due o tre esortazioni contenute nel documento strategico americano sopra riportate avrebbero senz’altro scatenato l’immediata reazione di Denis de Rougemont, il quale per decenni si era interrogato sull’identità europea. A quarant’anni esatti dalla sua morte, avvenuta nel dicembre del 1985, si rivela quanto mai opportuno andare a rileggere le numerose pagine dedicate dal pensatore svizzero al tema in questione. Di recente è uscita una sua raccolta di scritti, curata da Damiano Bondi, il quale premette un denso saggio introduttivo che consente di cogliere punti di contatto, se non una sostanziale continuità, tra l’ancora giovane autore de L’Amour et l’Occident, l’opera del 1939 che ne decretò il successo ben oltre i confini francofoni, e il più maturo sostenitore di una ricostruzione europea postbellica secondo una via federalista e regionalista. Il primo testo, che dà il titolo all’intera raccolta, uscì nel 1951 come volumetto a sé stante. Timore di Rougemont era che la passione per la libertà, a suo avviso tratto distintivo della cultura europea, potesse svanire per i traumi e i sensi di colpa della popolazione di un continente che, fatta eccezione per minoranze più o meno attive e combattive, nei vent’anni precedenti era stata a mano a mano irretita dalla tentazione totalitaria, subendo il fascino di dittatori che avevano promesso ordine e disciplina in un momento di sbandamento collettivo, frutto anche e soprattutto della prima guerra mondiale.
In modo non dissimile da Erich Fromm, che una decina di anni prima si era interrogato sulla fuga dalla libertà di un popolo tedesco consegnatosi in gran parte entusiasta nelle mani di Hitler e del nazismo, Denis de Rougemont si chiedeva se gli europei fossero ancora in grado di riconoscere il bene prezioso costituito dalle libertà conquistate nel corso della loro storia plurisecolare. Se sapessero anzitutto in cosa queste consistano. Una domanda che, è inutile nasconderselo, potrebbe farsi anche un osservatore appassionato delle società europee contemporanee. Interessanti sono le risposte individuate da Rougemont. Anzitutto il fascino dell’autocrazia sorge(va) dal «rischio dell’errore sempre implicito nella scelta, rischio accresciuto dalla complessità e dall’instabilità della vita moderna» (p. 53). Poi va segnalato come in questo articolo del 1951 Europa e Occidente siano usati sostanzialmente come sinonimi. Al documento della NSC americana Rougemont avrebbe potuto rispondere che è tanto vera l’identità occidentale dell’Europa quanto l’identità europea dell’Occidente e come l’America, almeno quella del suo tempo (ma forse ancor più quella di oggi), fosse distante dall’idea di uomo, o meglio di persona, coltivata dalla cultura europea. Sulle caratteristiche specifiche di quest’ultima si concentra nel secondo degli articoli antologizzati da Bondi. Risale al 1960 e s’intitola L’originalità della cultura europea. A chi da sempre obietta che non esiste l’Europa come entità a sé stante e tanto meno una sua cultura, Rougemont risponde: «Viaggiate! Lasciate l’Europa e la scoprirete!» (p. 77). Vista dall’Asia, dall’Africa e anche dalle Americhe l’unità della nostra cultura, argomentava il pensatore svizzero, si impone con forza e immediatezza. Ovviamente, non si tratta di un monolite, bensì dell’intreccio, anzi della tensione dialettica tra differenti principi, criteri guida, quasi si trattasse di un campo magnetico. Mentre le culture dell’antichità e quelle extraeuropee, americana inclusa, mirano a mantenere oppure a stabilire «un’unità nell’omogeno» (p. 80), quella europea scaturisce dall’«unità nella diversità» (p. 78). L’Europa ritrova la propria identità nella sua storia passata, nell’intrico di vicende che hanno messo in connessione società altamente e costantemente conflittuali, o comunque dinamiche e antagonistiche, tanto all’esterno, l’una contro l’altra, quanto all’interno. L’edificazione e consolidamento di Stati-nazione ha esacerbato questa tensione, degradandola, perché l’ha resa distruttiva, da creativa che era. Oltre una certa soglia, il conflitto è nocivo. Ma ci inganneremmo riducendo la storia europea all’esito disastroso delle due guerre mondiali: «questo stato di polemica permanente sui principi fondamentali» non ha prodotto soltanto anarchia e guerre (p. 82). Per secoli nel continente si sono confrontate élite e parte attiva delle masse, favorendo lo sviluppo di quelle che Rougemont chiama «le tre virtù cardinali dell’Europa» (p. 83): il senso della verità oggettiva, il senso della responsabilità personale e il senso della libertà. Tutte e tre devono non poco all’eredità cristiana, che a sua volta ha elaborato e implementato forme culturali nate in Grecia e nel Vicino Oriente. Dalla prima virtù, o attitudine feconda, ossia l’esigenza di veridicità, si sono sviluppate le scienze, dalla filosofia alla fisica, dalla matematica alla biochimica. La nozione cristiana di “persona” ha indubbiamente favorito una soggettività chiamata a rispondere del proprio operato tanto a Dio quanto al prossimo, simile in carne e spirito. Infine la libertà, che certamente con quel tipo di responsabilità è obbligata a fare i conti, ha assunto nel pluralistico contesto culturale europeo significati tra loro diversi, ma molto più complementari di quanto si possa pensare. O meglio: la loro combinazione, ad equilibrio sempre instabile, rende concreta la nozione, apparentemente astratta se non retorica, di “cultura europea”:

Per il Greco, la libertà è la critica ribelle, il rischio invidi duale; per il cristiano, è uno stato di grazia, una disposizione interiore; per il Germanico, simbolicamente, è essere armato; per il Romano, è godere dei diritti di cittadino a pieno titolo – e tutti questi elementi spirituali, giuridici, sovversivi o filosofici si combinano e si trasformano a dosi variabili nella nostra idea di libertà (pp. 86-87).

Una combinazione dinamica, ovvero in costante metamorfosi, di tutte queste diverse accezioni di libertà, unita all’anelito universalistico, anch’esso di matrice greca (soprattutto stoica) e cristiana, ha reso l’Europa il «Laboratorio del Mondo» (p. 88), con tutte le conseguenze del caso, dalle grandi scoperte che hanno migliorato la condizione dell’uomo sulla Terra alle innovazioni che possono minacciarne la sopravvivenza, dell’uno e dell’altra, favorendo una sorta di autodistruzione collettiva. Tra queste Rougemont annoverava pure l’automobile, secondo una sensibilità tipica di quella intellettualità europea, specie francese, che era magari già quarantenne, se non più vecchia, agli esordi del secondo dopoguerra. Troviamo questo j’accuse anti-automobilistico in un intervento del 1974, dedicato alla Ricerca per un modello di società europea. Nata da un’idea di Henry Ford per consentire al singolo individuo la fuga dalla città e dalla vita associata, l’automobile si era trasformata in pochi decenni in «una necessità primordiale per l’uomo occidentale», col paradosso che originariamente avrebbe dovuto «servire alle attività del tempo libero, e invece porta prima in ufficio e in fabbrica» (p. 126). Non solo. Rougemont ricordava quanto già segnalato da Bertrand de Jouvenel, e cioè che l’automobile ha finito per sterilizzare

le basi della democrazia trasformando le piazze in parcheggi e scacciando i pedoni dalle strade; perché era nelle piazze e nelle strade che tradizionalmente si formava l’opinione: dall’agorà delle città greche attraverso il foro dei romani e i comuni medievali, fino ai giorni nostri (p. 127).

A fronte di tutto ciò, per il pensatore svizzero la modernità non è mai stata né sarà un processo obbligato, a senso unico. Il suo quarantennale impegno europeista lo testimonia: dopo il 1946 redasse il rapporto culturale del Congresso dell’Europa e il “Messaggio agli Europei” (L’Aia, maggio 1948), organizzò la prima Conferenza europea della cultura a Losanna (1949). A Ginevra, poi, nel 1950 diede vita al Centro europeo della cultura, che diresse fino alla morte, senza dimenticare che dal 1952 al 1966 presiedette il Congresso per la libertà della cultura. Nel 1963, infine, creò a Ginevra l’Istituto universitario di studi europei, che diresse fino al 1978 e dove insegnò storia delle idee europee e federalismo.
Dunque Rougemont rimase sempre convinto del fatto che l’Europa, intesa come comunità di popoli e culture, potesse ritrovare e riconoscere se stessa rispecchiandosi «nel libero gioco delle sue diversità» (p. 80), in quanto «pluralista e profana» (p. 82), ossia ostile a qualsiasi reductio ad unum. Ecco perché le dittature totalitarie del XX secolo hanno rappresentato l’anti-Europa, scriveva Rougemont nel già citato intervento del 1974. La complessità è una dei concetti chiave per la sua costruzione, di contro a quei «terribili semplificatori» (p. 128) di cui parlava Jacob Burckhardt nel 1885, anticipando quanto sarebbe esploso alcuni decenni dopo. È invece «la volontà di differenziarsi» (p. 105) a connotare quella «eredità culturale dell’Europa» di cui il pensatore svizzero parla nel terzo breve scritto, datato 1971, sempre contenuto nell’antologia curata da Bondi (e intitolato, appunto, L’eredità culturale dell’Europa).
Concludendo con un ulteriore accenno all’ultimo articolo della raccolta, merita ricordare che Rougemont scriveva nella prima metà anni Settanta, dunque a ridosso dell’uscita del celebre rapporto elaborato dal Club di Roma, intitolato I limiti dello sviluppo, nel quale si metteva in guardia sull’illusione di una indefinita crescita economica e demografica, insostenibile per una pianeta con risorse limitate. Si prevedeva un collasso economico e sociale intorno al 2070 qualora non si fossero apporti cambiamenti drastici nel modello di sviluppo economico e sociale. Il pensatore svizzero coglieva la palla al balzo per spronare una trasformazione politica e culturale dell’Europa, in direzione del federalismo, del regionalismo comunitario e di una nuova sensibilità ecologica. Le previsioni più catastrofiche svolgono esattamente una funzione di pungolo, ma perché questa sia efficace bisogna anzitutto credere ad esse, «questo è l’unico modo per smentirle» (p. 121). Viene da chiedersi se non si debba, almeno in parte, fare lo stesso con le reprimende anti-Ue provenienti dall’America trumpiana.

[Recensione a: Denis de Rougemont, Le libertà che possiamo perdere, a cura di D. Bondi, Edizioni Fondazione Centro Studi Campostrini, Verona 2025, in «Il Pensiero Storico. Rivista internazionale di storia delle idee», a. X, n. 18, dicembre 2025, pp. 381-385].