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Varcando la soglia tra il nulla e l’eternità: Pirandello e l’arte

80 anni fa, il 10 dicembre del 1934, Luigi Pirandello riceveva il premio Nobel per la letteratura. Per omaggiarlo al meglio, bisogna rileggerlo e meditarlo. Riporto qui di seguito alcuni brani dalla Prefazione a Sei personaggi in cerca d’autore, la sua prima “commedia da fare” (così recita il sottotitolo), insomma al più celebre dramma (o commedia di umor nero, vergata da quell’ironia cupa tanto cara a Pirandello) della cosiddetta “Trilogia del teatro nel teatro”. Opera rivoluzionaria. Traduzione teatrale di quanto si era prodotto nella filosofia e nella scienza dei tre decenni a cavallo tra Otto e Novecento (1890-1920 circa). La commedia fu infatti portata a termine tra l’ottobre del 1920 e i primi mesi del 1921. Al suo debutto, il 9 maggio 1921 al teatro Valle di Roma, fece gridare a gran parte del pubblico: “Manicomio! Manicomio!”. Pirandello fuggì dal retro del teatro nel cosiddetto “vicolo dei gatti morti”, ma venne raggiunto dal lancio di monetine di alcuni spettatori indignati mentre si allontanava a bordo di una carrozza. Già a settembre Milano tributava ai Sei personaggi un’accoglienza trionfale, poi ribadita e amplificata a Parigi, a Londra, a New York. I sei personaggi non trovavano forse l’autore, ma incontrarono finalmente il successo. E si consacrò pure la fama internazionale di Pirandello, appunto premiato col Nobel nel 1934. Qui di seguito una lezione su come l’arte viva per sempre, in quanto è pura forma, una sorta di incessante nascita, un sempiterno nuovo inizio che si riproduce, mai in modo meccanico ma sempre “imbalsamato vivo nella sua forma immarcescibile”, ogni volta che un nuovo lettore, o ascoltatore o spettatore, a seconda del tipo di opera d’arte, a questa si avvicina e di questa intende nutrirsi. E come diceva Goethe, “solo per quegli uomini che non sanno produrre nulla, non esiste nulla”; e pertanto vive chi vita crea. Un segreto che va oltre l’arte, o meglio ancora: svela la stretta connessione tra arte, cultura e vita. Una vita che sia pienamente vissuta. Che dunque l’arte, e la cultura, siano con voi.

È da tanti anni a servizio della mia arte […] una servetta sveltissima e non per tanto nuova sempre del mestiere. Si chiama Fantasia. Un po’ dispettosa e beffarda, se ha il gusto di vestir di nero, nessuno vorrà negare che non sia spesso alla bizzarra, e nessuno credere che faccia sempre e tutto sul serio e a un modo solo. Si ficca una mano in tasca; ne cava un berretto a sonagli; se lo caccia in capo, rosso come una cresta, e scappa via. Oggi qua; domani là. E si diverte a portarmi a casa, perché io ne tragga novelle e romanzi e commedie, la gente più scontenta del mondo, uomini, donne, ragazzi, avvolti in casi strani da cui non trovan più modo a uscire; contrariati nei loro disegni; frodati nelle loro speranze; e coi quali insomma è spesso veramente una gran pena trattare.
[…] Ora bisogna sapere che a me non è mai bastato rappresentare un figura d’uomo o di donna, per quanto speciale e caratteristica, per il solo gusto di rappresentarla […]. Ci sono certo scrittori (e non pochi) che hanno questo gusto, e, paghi, non cercano altro. Sono scrittori di natura più propriamente storica.
Ma ve ne sono altri che, oltre questo gusto, sentono un più profondo bisogno spirituale, per cui non ammettono figure, vicende, personaggi che non s’imbevano, per così dire, d’un particolare senso della vita, e non acquistino con esso un valore universale. Sono scrittori di natura più propriamente filosofica.
Io ho la disgrazia d’appartenere a questi ultimi.
[…] Tutto ciò che vive, per il fatto che vive, ha forma, e per ciò stesso deve morire: tranne l’opera d’arte, che appunto vive per sempre, in quanto è forma.
La nascita d’una creatura della fantasia umana, nascita che è il passo per la soglia tra il nulla e l’eternità, può avvenire anche improvvisa, avendo per gestazione una necessità
”.

“Sei personaggi in cerca d’autore”, per la regia di Gabriele Lavia (2014)