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Professore aggregato di Storia del Pensiero Politico presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi Internazionali di Roma - UNINT.

L’occhio di Lynch negli sconfinati scantinati della nostra mente

Strappare il sottile sipario che separa sonno da veglia, ricreare un labirinto di incubi, proiettarlo sul grande schermo e rovesciarlo dentro l’occhio dello spettatore, sperando che la sua mente sia sfondata, sottratta alla vigilanza della ragione e messa a soqquadro.
Far sì che l’occhio del regista e dello spettatore coincidano, così che il primo conduca il secondo in un trip psichedelico, irretito in un loop divertito, con cui il regista si compiace di illudere lo spettatore che un senso vi sia, ossia un’uscita dopo l’entrata. Ed invece sono solo inganni, trappole per topi. E come un topo, tu spettatore, ti senti cavia del regista, così come ciascuno di noi lo è del proprio sogno.
Siamo tutti vittime e carnefici di noi stessi ogni volta che sogniamo. E il cinema di David Lynch nel suo ultimo lungometraggio è esattamente l’INLAND EMPIRE di ognuno di noi. Rigorosamente in maiuscolo, così pare volesse fosse scritto il titolo del suo ultimo capolavoro. Il cinema è vita rappresentata, ma la mente, presa sotto forma di pensiero coadiuvato dai cinque sensi, cos’altro è se non rappresentazione della vita, questa vita che, a ben guardare, spesso ci scorre davanti come un film? A ben guardare, sì: se solo ci fermassimo e staccassimo l’io dal sé, facessimo insomma ricorso al nostro inward eye, con cui il poeta inglese William Wordsworth riempiva di gioia le proprie passeggiate solitarie. Ma l’occhio interiore non visualizza solo paesaggi di una natura riconciliante, men che meno lo fa negli affollati deserti urbani di città anonime come Los Angeles, coronata dalle brulle colline di Hollywood. Semmai in questi luoghi metropolitani e tempi postmoderni l’inward eye focalizza paure e ossessioni.
Quando la vita ci scorre davanti come un film, dicevamo. E se accade mentre ci troviamo al cinema o in teatro, ecco allora che siamo di fronte a grandi artisti, drammaturghi o registi che siano. Tra i grandi della settima arte c’è David Lynch, il quale concepisce il soggetto, scrive la sceneggiatura, produce e dirige INLAND EMPIRE per chiedersi e chiederci: cosa distingue sogno da veglia, realtà da finzione? Il cinema, come il teatro, non sono forse la forma espressiva più vicina al funzionamento della nostra mente? La visione cinematografica è davvero più falsa di quella del nostro occhio nudo? E l’occhio nostro, come quello del regista, non è capace di ferire, umiliare, sottomettere, scomporre l’identità dell’altro fino al punto di disgregarne l’unità psichica?
Certamente accade con il cinema e la tv in stile hollywoodiano, quando lo show è oscenità incentivata a buon mercato. Questo sembra suggerirci, nemmeno troppo fra le righe, lo stesso Lynch. INLAND EMPIRE è anche un elogio dell’identità femminile e una condanna di quella maschile, soprattutto se quest’ultima s’incarna nell’occhio di un regista cinematografico tutto teso a trasformare la propria cinepresa in sguardo voyeuristico, bramoso di ridurre l’attrice in oggetto di desiderio, proprio e altrui. Quasi uno stupro simulato. Ben più di un rischio è quello che corre la settima arte incastrata nelle logiche commerciali di un’industria dell’immagine. Quest’ultima deve attrarre e intrattenere anche a costo di calpestare la libertà di sottrarsi al gioco. Il cinema come industria imprigiona in nome dell’evasione, mentre dovrebbe far nascere il desiderio di fuga dall’oppressione e dalla malvagità. Ho l’impressione che un simile anelito aleggi nell’ultimo lungometraggio di Lynch. Probabilmente in molti suoi film assistiamo ad un ciclo di morte e resurrezione, un’anabasi che segue alla catabasi. La protagonista femminile di una storia cinematografica può salvare la vita di una spettatrice che con quell’eroina s’è identificata. E ciò accade proprio mentre la stessa attrice si è perduta, quasi affogata, nell’immergersi dentro il ruolo che il regista le ha assegnato. Tutto questo e altro ancora corre tra i corridoi e le stanze con cui Lynch si diverte a condurre lo spettatore: dal Poe dei racconti William Wilson e The Oval Portrait al Freud del perturbante; dal simbolismo gotico di Franz von Stuck (prendete un dipinto come L’assassino e ditemi se non sembra preso di peso e messo dentro l’ultimo film di Lynch?) alle cupe geometrie e paradossi visivi di Escher; dalla Vertigo di Hitchcock al realismo metafisico di Edward Hopper. Ma potremmo proseguire. E, in fondo, sembra non poter trovar mai fine quella sorta di viaggio psichedelico a cui INLAND EMPIRE vorrebbe indurre ogni suo spettatore, grazie anche all’uso integrale del digitale, con cui Lynch sfrutta la qualità cruda dell’immagine per creare un senso di paranoia, claustrofobia e confusione onirica. INLAND EMPIRE non è un semplice film, ma un’esperienza sensoriale ed esistenziale, un flusso di coscienza. Dalla sua visione si esce con lo stesso stordimento di chi pretende di consultare come un oracolo il Joyce di Finnegans Wake, prima di mettersi all’inseguimento di un’Alice che s’è illusa di scoprir meraviglie tra le sabbie mobili della celebrità hollywoodiana ed è finita a recuperare la propria perduta innocenza tra prostitute e senzatetto che costeggiano Sunset Boulevard, mentre in altre stanze fila liscia, parallela e immota, la vita domestica della scura prole di un Bianconiglio vendutosi alle sit-com. Lo spettatore di INLAND EMPIRE non sa più se è ancora dentro o già fuori dal circuito della visione. Allucinato, ha forse intuito che, tra epifanie e smarrimenti, non si smette mai di inoltrarsi negli sconfinati scantinati della nostra mente. Finché morte non riconcili, se possibile dolcemente, quel conflitto intimo e incessante che abita in ciascuno di noi.

INLAND EMPIRE (2006)
Film scritto e diretto da David Lynch
Con Laura Dern, Harry Dean Stanton, Justin Theroux, Jeremy Irons, Grace Zabriskie, Julia Ormond