Bonhoeffer, quando la responsabilità si fa carne

Recensione a: Alfonso Lanzieri, Rischiare il bene. La responsabilità in Dietrich Bonhoeffer, pref. di F. Miano, Castelvecchi, Roma 2026, pp. 154, € 20,00.

Le società occidentali mostrano oggi una profonda stanchezza spirituale, che si manifesta anzitutto come incapacità di misurarsi con la durezza degli eventi. Negli ultimi decenni si è diffusa la convinzione di poter eliminare il conflitto, il dolore e la precarietà della storia attraverso semplici dichiarazioni di principio. Questo fenomeno produce un diffuso “escapismo”. Il problema è che ormai consideriamo le comodità quotidiane, i servizi essenziali e la sicurezza pubblica come elementi naturali e permanenti, al pari delle leggi della fisica. Tendiamo a dimenticare che si tratta invece di fragili conquiste della storia, che richiedono una difesa quotidiana e faticosa.
Il saggio di Alfonso Lanzieri, da poco uscito per i tipi di Castelvecchi, si inserisce esattamente in questo dibattito. L’autore inizia il volume richiamando una riflessione di John Ronald Reuel Tolkien contenuta nel saggio Sulla fiaba, in cui si distingue tra la fuga del disertore, che abbandona i propri doveri, e l’evasione del carcerato, che esce momentaneamente dal perimetro delle mura per guardare la propria prigione dall’esterno, al fine di ottenere una comprensione più lucida della propria condizione. Il nostro tempo confonde regolarmente questi due atteggiamenti. La diffusione dei trigger warning nei programmi universitari, il tentativo di ripulire i testi classici della letteratura dagli elementi considerati disturbanti e le formule di un pacifismo puramente astratto derivano da una diffusa fobia del dolore. Questa tendenza riduce l’attività politica a una terapia palliativa e finisce per spegnere lo spirito critico. Trattare i drammi della storia al pari di semplici incidenti, rimovibili con un tratto di penna, significa cedere a un utopismo sterile. Quando il pensiero rifiuta il confronto con la realtà, finisce per lasciare i più deboli privi di protezione. Lanzieri propone di recuperare l’idea di responsabilità, considerandola non tanto come un richiamo morale astratto, ma nei termini di un’assunzione concreta delle sfide del nostro tempo.
È così che nella prima parte del libro l’autore ci offre uno scavo lessicale utile a comprendere l’origine della parola “responsabilità”. Chi si muove nel perimetro del linguaggio giuridico attuale ignora che si tratta di un termine recente, privo della lunga sedimentazione storica di concetti come giustizia o libertà. Il sostantivo compare infatti alla fine del Settecento, nel Federalist americano e negli scritti politici di Jacques Necker, ministro nella Francia alla vigilia della Rivoluzione, per indicare l’obbligo dei governanti di rendere conto delle proprie decisioni. Sul piano filosofico, la prima vera formalizzazione del concetto si deve a Hegel, e siamo a inizio Ottocento. Il pensiero antico seguiva coordinate differenti. La cultura greca possedeva i concetti di causa (aitia), di colpa e di obbligo di rendiconto amministrativo (bypéuthynos), ma l’agire individuale rimaneva inserito in un ordine cosmico stabile, dove l’armonia della totalità precedeva l’iniziativa del singolo. Il cristianesimo medievale, approfondendo con Agostino e Tommaso d’Aquino i temi del libero arbitrio e dell’imputabilità della colpa davanti a Dio, favoriva la centralità del soggetto. La vera svolta coincise tuttavia con il crollo dell’immagine tradizionale del cosmo, come ha ben evidenziato a suo tempo il filosofo del diritto Pietro Piovani. Con la fine dell’antica sintesi tra fisica e metafisica l’uomo si trova immerso nella storicità, senza l’appoggio di un ordine superiore prestabilito.
Lanzieri evidenzia i limiti del modello classico di responsabilità, a lungo subordinato al paradigma storiografico dell’imputabilità giuridica. Paul Ricœur ha ricordato che l’imputazione guarda esclusivamente al passato: si configura come un bilancio dei meriti, una contabilità volta a stabilire la punibilità di un individuo per un’azione compiuta. Per John Stuart Mill, ad esempio, l’essere responsabili coincideva con la passibilità di una sanzione. Anche il tentativo compiuto, sempre nell’Ottocento, da Lucien Lévy-Bruhl di fondare una responsabilità morale pura e slegata dalle conseguenze esteriori approda a un modello astratto, che finisce per rinchiudersi nella solitudine del soggetto. Il ventesimo secolo ha distrutto le ultime pretese di un ordine universale. I totalitarismi, la realtà della Shoah e la comparsa della minaccia nucleare hanno costretto la filosofia a misurarsi con i problemi connessi all’azione. Per citare un’immagine evocata dalla poesia di Paul Celan, il cielo ha perso definitivamente la sua antica funzione protettiva ed è diventato un abisso. A ogni passo su questa terra si rischia di precipitare. In uno scenario siffatto la responsabilità diventa la cifra stessa dell’esistenza umana. Ed è su questo punto che una figura come quella di Dietrich Bonhoeffer consente a Lanzieri di sviluppare e approfondire la propria riflessione. Prima però vuole inquadrare l’ambiente culturale in cui si colloca la testimonianza del teologo luterano e, per farlo, esamina le risposte che la filosofia del Novecento ha elaborato sul tema oggetto del suo libro.
In questo panorama spicca la riflessione di Karl Jaspers sulla cosiddetta “chiarificazione esistenziale”, quando l’individuo riscopre sé stesso attraverso l’urto con le situazioni-limite, come la sofferenza, la colpa e la morte. Non si può scegliere il silenzio e la passività davanti ai soprusi della storia e ritenersi moralmente e politicamente innocenti. Giudizio, questo di Jaspers, radicalizzato da Hannah Arendt mentre a Gerusalemme assiste al processo contro Adolf Eichmann. Il dramma dello sterminio di massa è scaturito dalla scelta conformista di obbedienza cieca da parte di milioni di tedeschi, con la totale rinuncia a pensare in modo autonomo e critico, senza mai mettere in discussione i comandi ricevuti. Quando l’ingranaggio burocratico sostituisce la coscienza finisce che il rispetto della norma favorisce la barbarie piuttosto che la civiltà. Hans Jonas ha esteso questo allarme al potere della tecnica contemporanea, il cui sviluppo fa sì che oggi l’agire umano abbia effetti planetari e irreversibili, tanto che il dovere etico deve farsi carico del futuro, proteggendo l’ecosistema e la sopravvivenza delle prossime generazioni.
Le vicende biografiche di Bonhoeffer si inseriscono pienamente dentro questo dibattito, anticipandolo in certi casi, e il saggio di Lanzieri ce ne restituisce la concretezza evitando qualsiasi tono agiografico. Nato a Breslavia nel 1906 e formatosi a Berlino, il giovane teologo visse a New York un’esperienza che lo trasformò. L’impatto con la miseria di Harlem e l’incontro disoccupati ed emarginati lo allontanarono dalle dispute dottrinali e così, nel 1933, decise di contrastare il possibile allineamento della Chiesa tedesca al nazismo contribuendo alla fondazione, nell’ambito del cristianesimo evangelico, della Chiesa Confessante e organizzando il seminario clandestino di Finkenwalde. Nel 1939 rinunciò alla sicurezza dell’esilio americano e volle tornare in Germania, dove entrò nella cospirazione attiva a fianco del cognato Hans von Dohnanyi e del generale Hans Oster, svolgendo attività nell’Abwehr, che era il servizio di controspionaggio militare diretto dall’ammiraglio Canaris, cellula centrale del complotto contro Hitler.
Per Bonhoeffer la morale non consiste nel seguire passivamente un elenco di regole scritte, ma nell’esaminare i fatti reali per decidere come agire. Il nucleo centrale di questa riflessione, affidata ai testi dell’Etica e interrotta dall’arresto nel 1943 fino alla morte nel campo di Flossenbürg il 9 aprile 1945, risiede nell’idea di sostituzione vicaria (Stellvertretung). L’impegno etico si esprime nel farsi carico della sorte altrui, un atteggiamento che trova il suo modello nell’incarnazione. Durante il nazismo questo vincolo con i fatti spinse Bonhoeffer a scegliere la via della cospirazione clandestina e a condividere i piani per eliminare il dittatore, accantonando il desiderio di salvaguardare la propria integrità morale. È così che si fa crollare ogni fanatismo dei princìpi. Chi decide solo in base alla purezza dei propri intenti delega infatti la scelta a una regola formale, voltando le spalle alle necessità immediate di chi è perseguitato, mentre chi agisce con senso di responsabilità accetta di vivere nell’incertezza, perché sua principale se non unica preoccupazione è soccorrere gli altri. Bonhoeffer mette perciò in discussione la celebre tesi di Kant sul dovere incondizionato della veridicità. Questa imporrebbe di confessare il vero anche all’assassino che è in cerca dell’amico nascosto in casa nostra. Come dimostrato dalla tragedia nazista, un rigore puramente formale, del tutto astratto, può condurre a vicoli ciechi e far precipitare in abissi profondissimi. In una situazione d’emergenza, dov’è in gioco la vita delle persone, il rifiuto di mentire si traduce in complicità mentre dire il falso può contrastare il male che piega ai propri fini le virtù del bene.
Allo stesso modo vanno lette le considerazioni sul fenomeno della stupidità, che il teologo luterano descrive come un cedimento morale prima che come una carenza dell’intelletto. L’obbedienza di massa a sostegno del regime hitleriano dimostra che lo stupido rinuncia volontariamente a elaborare un giudizio proprio per farsi guidare dalle frasi fatte e dalle formule della propaganda. Questa scelta lo rende sordo alla discussione razionale e lo trasforma in un ingranaggio del sistema, capace di assecondare ogni sopruso senza percepirne la gravità. Quando un simile atteggiamento coinvolge la collettività, gli appelli educativi non bastano più, ma serve un intervento esterno che scardini l’assetto politico che lo alimenta. In Resistenza e resa, che raccoglie i testi del carcere, Bonhoeffer invita a vivere una fede matura in una società ormai laicizzata partendo dall’idea che la trascendenza si sperimenta nella concretezza della “pro-esistenza”, cioè nel vivere per gli altri sul modello della vita di Gesù.
Nelle battute finali del saggio Lanzieri allarga la riflessione verso una prospettiva di ontoetica, in cui l’ordine dei fatti e l’ordine dei doveri si richiamano a vicenda. Rispondere alla realtà diventa l’atto con cui l’uomo riconosce il legame profondo con il proprio tempo. Come le componenti materiali di un dipinto, tipo la tela o i colori, restano mute finché un osservatore non ne decifra l’intenzione, così la storia cessa di essere un insieme cieco di eventi e diventa un compito etico solo grazie all’iniziativa e alla decisione delle libertà individuali. Contro i conformismi contemporanei è più che mai opportuno ricordare che la responsabilità richiede il coraggio della decisione e l’accettazione del rischio del fallimento pur di evitare la complicità con il male.

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