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Essere classici per sfidare il globale. La lezione di Toynbee

recensione a: Federico Leonardi, Tragedia e storia. Arnold Toynbee: la storia universale nella maschera della classicità, Aracne, Roma 2014, pp. 153, € 11

Si possono trarre molte lezioni dalla lettura di questo studio di Federico Leonardi su Arnold Toynbee, che contiene anche due interessanti testi inediti. Anzitutto impariamo che l’Inghilterra, all’epoca del suo apogeo come potenza imperiale, dimostrò quanto una classe dirigente di livello mondiale fosse tale anche grazie ad una formazione classica. In apertura del suo saggio Leonardi ci ricorda infatti come “la maggior parte degli studenti che avrebbero costituito la classe dirigente dell’impero inglese frequentava Classics”. E ciò significava, come ebbe a scrivere José Ortega y Gasset, andare a “passare alcuni anni ad Atene nel secolo di Pericle” e ciò li proiettava ”al di fuori di ogni tempo, dal momento che il secolo di Pericle è una data irreale, una data immaginaria, convenzionale ed esemplare” e “in questa Grecia irreale i giovani vengono educati alle forme essenziali del vivere, diventano capaci di adattarsi alle più diverse situazioni concrete, proprio in quanto non sono predestinati a nessuna in particolare” (corsivi miei). Dopo un secolo circa di biologia post-darwiniana si è ben consapevoli, diceva sempre il grande pensatore spagnolo, “che un organismo molto differenziato, con una struttura adeguata ad un ambiente, resta indifeso se l’ambiente cambia, mentre un animale informe, senza organi, come l’ameba, ha il potere di crearsi in ogni situazione gli organi di cui ha bisogno” (corsivi miei). La duttilità e la capacità di pensare ed agire in funzione del contesto che si è, di volta in volta, chiamati a fronteggiare, questa fu la virtù di chi guidò per almeno un secolo l’impero britannico. Tali virtù metamorfiche riusciva a darle un sistema pedagogico fondato sull’importanza dei modelli globali, specialmente se risalenti alle origini di una civiltà, e dunque per l’Occidente i modelli erano e sono quelli di Atene e della Grecia classica così come Roma e il suo impero. Esempi perennemente eloquenti e forieri di insegnamenti per il presente e di ammonimenti per il futuro.

Fu da questo humus accademico e culturale che emerse una figura come Arnold Toynbee, autore di uno dei libri “più vasti e controversi del secolo scorso”, ossia A Study of History, opera monumentale, che uscì in 12 volumi tra il 1934 e il 1961. Una storia comparata delle civiltà, di cui vengono esaminate le varie fasi secondo una morfologia che ricorda, ma solo in parte, il tentativo di affresco filosofico e storico di Oswald Spengler, forse più noto di Toynbee, anche più affascinante per certe intuizioni e gli ostentati toni profetici, ma meno strutturato e solido nelle proprie argomentazioni. Un autore, Toynbee, le cui teorie hanno agito sottotraccia negli studi delle relazioni internazionali tra la seconda metà del Novecento e l’inizio di questo terzo millennio così come nelle visioni e conseguenti scelte strategiche della grande potenza statunitense. Si pensi all’influenza che ha avuto su Henry Kissinger, che discusse nel 1950 ad Harvard una tesi di laurea dal titolo The Meaning of History: Reflections on Spengler, Toynbee and Kant. È grazie alla riflessione su questi autori, in particolare Toynbee, che Kissinger è giunto a non credere affatto al destino “speciale”, tanto meno “manifesto”, per l’America. A suo avviso, gli Stati Uniti erano e, oggi più che mai, sono una delle tante potenze imperiali che la Storia ha visto imporsi e declinare. L’unica risposta saggia ed efficace sarebbe quella di organizzare la pacifica coesistenza di una pluralità di imperi, un ordine multipolare che senza alterare troppo l’equilibrio internazionale complessivo assorba gli inevitabili cicli di ascesa e declino di qualsivoglia organismo geopolitico di grandi dimensioni. E come poi non ricordare il ritorno di alcune intuizioni di Toynbee nell’opera che suscitò grande clamore a metà anni Novanta e ancor maggiore ne ebbe dopo l’11 settembre 2011, ossia The Clash of Civilizations (il famigerato “scontro di civiltà”) di Samuel P. Huntington.

Toynbee, differente per molti versi da Spengler, si mostrò in sintonia con questi nel momento in cui tentò di fondare sul criterio dell’analogia una scienza della storia delle civiltà, uno strumento intellettuale mediante il quale poter non solo diagnosticare il passato ma anche prognosticare il futuro, o almeno avanzarne ipotesi robuste, a prova di facili confutazioni. Non solo. Leonardi attribuisce all’intera attività di Toynbee sia un’ansia faustiana sia una speranza profetica, una speranza che “si esprime nella profezia”, e che dunque molto deve all’amore nutrito nei confronti della propria patria e delle istituzioni che la governano, e presso cui prestò a lungo servizio sia nell’ambito del Foreign Office sia, soprattutto, del Royal Institute of International Affairs, voluto nel primo dopoguerra da Lionel Curtis, figura all’epoca molto influente sulla politica estera britannica. Presso il Royal Institute Toynbee lavorò per oltre trent’anni, divenendone in seguito anche il direttore dell’area studi. Come John Maynard Keynes, anche Toynbee fu un delegato britannico alla Conferenza di pace di Parigi, nel 1919, in qualità di esperto del Medioriente, e questa prima grande esperienza internazionale lo segnò profondamente.

Il saggio di Leonardi riesce a restituirci tutto il fascino di questo studioso che fu anche uomo d’azione, “una mescolanza fra un dandy di Wilde e un personaggio di Dickens”, perfetta incarnazione dell’epoca vittoriana nella quale nacque (a Londra, nel 1889) e crebbe, e da cui ricevette l’inconfondibile impronta educativa ed etica. Quel che lo differenzia nettamente da Spengler, e ci segnala come il lato dickensiano prevalse su quello del dandy wildiano, risiede nella convinzione che l’Occidente non sia affatto il museo delle civiltà scomparse, bensì l’esempio di come si possa giungere ad una convivenza tra civiltà vive e vegete all’interno di un Commonwealth mondiale.

Ragionando con rigore filologico, combinato però ad una creatività filosofica che ricorre all’uso dell’analogia e opera comparazioni trans-croniche, Toynbee trasse dalla storia antica greco-romana lezioni di attualissima efficacia per ponderate e strategiche scelte di geopolitica. Come ricorda Leonardi, “le filosofie della storia e le storie universali ottocentesche si nutrivano ancora della convinzione che il resto del mondo dovesse confluire nelle categorie occidentali”. La comparazione diventa così un tentativo di porre sullo stesso piano, di considerazione politica e di metodo analitico più che di giudizio e di valore, le diverse civiltà che sono compresenti in una data epoca. Fine dell’eurocentrismo, insomma. All’indomani della cosiddetta Grande Guerra poteva sembrare una facile constatazione, ma non così scontata. Il dilemma che pareva essersi imposto al governo di Atene, ad un certo punto della sua storia, era lo stesso che tormentava la grande potenza britannica ad inizio Novecento: coniugare libertà e impero.

Altra lezione appresa dallo studio dei classici è la considerazione di ogni civiltà “come un dramma”, nel senso che dai greci si può apprendere il senso tragico della vita individuale e collettiva, dunque anche delle civiltà, contrassegnate tutte da una inevitabile finitezza. Non solo: si può imparare a riconoscere nella situazione di maggior successo di una civiltà il momento di massimo pericolo. Massima egemonia, massimo pericolo. Al pari dell’eroe tragico, la civiltà che si impone tramite l’impero pecca di hybris e l’ebbrezza acceca la lucidità dell’analisi delle élites imperiali, ponendo le premesse dell’autodistruzione. La hybris è una “pretesa smisurata”, l’“incoscienza dei limiti”, che ha nella guerra la sua espressione più eloquente. Nel momento in cui non ha più nemici fuori dai confini, Roma vede esplodere i conflitti al proprio interno. Come scrive Leonardi: “più vasto è l’impero romano, più lunghe sono le sue guerre civili”. Una sorta di nemesi della vittoria, lezione che sempre la sapienza tragica ci ha tramandato. Senza dimenticare quanto sia evidente in Toynbee “il tentativo di interpretare la crisi romana tramite quella occidentale”, e lo stesso dicasi per le vicende di Atene e Sparta, resta comunque valido e politicamente spendibile l’insegnamento di quella storia così remota: “l’impero è sempre una necessità tragica ed è l’ultimo stadio delle civiltà”. Di più, aggiunge Leonardi: “come la guerra è l’idolo dell’uomo, l’impero è l’idolo della civiltà”.

L’alternativa alla guerra e alla sua logica inevitabilmente (auto)distruttiva è la federazione. Questa la lezione che Tucidide ricavò dalla guerra del Peloponneso e che Toynbee recupera come proposta per il presente e l’immediato futuro del suo impero, che dopo la seconda guerra mondiale non è più quello britannico ma quello americano, sempre e comunque occidentale. Finito un bipolarismo infine comodo, solo il passaggio da una logica multipolare può frenare un “tramonto” comunque intrinseco alla civiltà che ha raggiunto la massima espansione, spaziale così come culturale. Si tratta di spezzare la logica che sta dietro l’idea classica della guerra come continuazione della politica con altri mezzi, codificata da Clausewitz non a caso ai tempi dell’effimero ma ambizioso impero napoleonico. Una logica che nasce dall’irrefrenabile desiderio di espansione ulteriore, a cui si può contrapporre solo l’idea di fermarsi per un pieno godimento dei frutti dello sviluppo raggiunto. Spesso prevale la paura che chi si ferma sia perduto. Dunque Toynbee aggiorna Tucidide introducendo spiegazioni tratte dalla “psicologia tragica”: l’ebbrezza dello sviluppo contrapposta alla coscienza della finitezza. Gioventù contro maturità. Le civiltà non hanno mai saputo evitare “le seduzioni della gloria”, questa è la morale della storia così come indagata da Toynbee. Ecco il nesso, sottolineato da Leonardi, fra tragedia e storia. La prima mostra quanto l’anima dell’uomo sia segnata dalla finitezza ma altrettanto incline per natura a concepire idee infinite. È quella stessa smisuratezza che alberga nelle passioni, da cui viene irretito e trascinato l’eroe tragico, molto più ordinario di quanto si pensi, comune nel destino ad ogni altro mortale. La guerra è “la somma tracotanza” per un essere umano che è sempre tentato dal rivelare la propria natura di “animale eccessivo”. Da Aristotele a Tucidide allo pseudo Senofonte, tutta la grande sapienza greca e la storia della guerra del Peloponneso, che mette fine ad un periodo aureo per la civiltà greca, insegna come Atene e Sparta siano state dilaniate da passioni violente, finite fuori controllo. Cupidigia per l’una, invidia per l’altra. Con Eschilo, nell’Orestea, si attribuisce la responsabilità della sventura all’uomo, non ad una presunta invidia degli dèi. Nel cuore dell’uomo albergano passioni divoranti. Le civiltà, per sineddoche, sono vittime della stessa psicologia tragica. Spiegare in base a quali criteri agisce la parte, ossia il singolo uomo, per comprendere la dinamica del tutto, ossia la civiltà. Questo il metodo che, secondo Leonardi, sta dietro la filosofia della storia che innerva l’opera di Toynbee.

E così si torna all’inizio di questa recensione che vuole essere anche l’occasione per una riflessione più ampia. La Gran Bretagna, come ben evidenzia Leonardi, “sembra aver tentato di combinare progresso nella tecnica e conservazione nell’educazione”. Una formula, questa, che è stata adottata oltreoceano e ha contraddistinto le classi dirigenti dell’impero statunitense nel corso della seconda metà del Novecento. Esportazione relativamente facile, date le ascendenze anglosassoni del sistema americano sia sul piano culturale sia sul piano istituzionale. Il classicismo, su cui si incentrava la pedagogia britannica imperiale, contiene però un paradosso. Da un lato, “è il tentativo di attenersi a qualcosa di familiare in mezzo a potenti cambiamenti”, dall’altro, “questo crea […] il senso di estraniazione”. Un paradosso fecondo, a ben vedere. Estraniarsi può essere la strategia cognitiva necessaria per acquisire un punto di vista elevato e affrancato dalle emozioni. E, d’altro canto, non è facilmente aggirabile quel bisogno di stabilità, di avere radici, che connota la natura umana. E, dunque, la lezione conclusiva che possiamo trarre dallo studio dell’opera di Toynbee, della sua genesi e delle sue finalità, non solo teoriche ma anche pratiche, è che una formazione classica e persino classicista aiuta non poco a forgiare una personalità adatta alle sfide della globalizzazione in corso, incessantemente mutevole e sempre imprevedibile nelle sue sfide. Una politica all’altezza della globalizzazione prende le mosse da Tucidide ed Eschilo, maestri di saggezza, ovvero di senso della misura. E al tempo stesso trova conferma la massima di Hannah Arendt, che ebbe modo di conoscere da esule il meglio del sistema universitario anglosassone, segnatamente quello americano: “La scuola deve essere conservatrice proprio per preservare ciò che di nuovo e rivoluzionario c’è in ogni bambino”. Una rivoluzione che non sia apocalisse o palingenesi, ma evoluzione e innovazione nella preservazione di alcuni fondamentali.

Jacques-Louis David, Leonida alle Termopili (1798-1813)