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Dall’Europa alla Siria (e ritorno?) con terrore

La Siria è diventata un teatro di guerra molto attrattivo per la Jihad e i terroristi salafiti. Le ragioni di ciò sono molteplici. Innanzitutto, i salafiti non considerano il regime di Bashar al-Assad come musulmano dal momento che aderisce all’Islam Alawi, che è considerato eterodosso perfino all’interno dell’islamismo sciita. È come se una forza non-musulmana stesse occupando il territorio sunnita, e sarebbe perciò del tutto legittimo considerarlo un obiettivo da attaccare e rovesciare. In secondo luogo, esistono profezie da fine dei tempi sulla Siria, e più specificamente sul Bilad al-Sham (o Grande Siria, che include l’attuale stato siriano, il Libano, la Giordania, Israele e Palestina, e persino l’Iraq occidentale). Queste profezie prevedono che un giorno Gesù scenderà sulla terra e comparirà sul minareto bianco della grande moschea di Damasco e combatterà contro il falso messia (“dajjal”), e questo accelererà il Giorno del Giudizio. Una tale profezia, abbinata ai detti del profeta Maometto (“hadith”) circa le bandiere nere issate in Khurasan (storicamente: in parti dell’Iran, Asia Centrale, e cosa più importante per gli jihadisti, l’Afghanistan), ha a che fare con la fine dei tempi, e i combattenti islamisti ne traggono ulteriore conferma di quella Jihad che è iniziata in Afghanistan negli anni Ottanta. Tutte queste credenze nutrono, ben più di quanto non si pensi, molti militanti salafiti convinti di affrettare il Giorno del Giudizio.

Esistono però anche molti militanti Salafiti che intervengono in Siria per ragioni più “altruistiche”, in quanto vedono i loro compagni sunniti massacrati dal regime di Assad e ritengono che né gli Stati arabi né, tanto meno, le nazioni occidentali, stiano facendo tutto il necessario per i sunniti siriani. È probabile, però, che essi continuerebbero nella lotta anche nel caso in cui questo aiuto si facesse più palese e massiccio. Così spiega Aaron Y. Zelin, analista politico del Vicino Oriente presso il Washington Institute. Sempre Zelin ritiene che la ragione più importante della Jihad internazionale in Siria sia la possibilità di fare di questa lotta il trampolino di lancio per uno scontro frontale contro Israele per la conquista di Gerusalemme, il loro obiettivo finale.

Dato interessante da notare dell’analisi di Zelin, riportata in un’intervista rilasciata su “Fair Observer” lo scorso 7 agosto, è che gruppi militanti salafiti come Jabhat al-Nusra hanno saputo combinare la loro capacità di lotta al regime di Assad con l’erogazione di servizi sociali alle comunità di opposizione. In tal modo, essi sono stati capaci di avvicinarsi alla popolazione locale e conquistarne la fiducia. Gli jihadisti hanno insomma imparato dagli errori commessi nello scorso decennio in Iraq. La maggior parte delle massime autorità religiose sunnite, incluso l’egiziano Youssef al-Qaradawi, hanno solennemente affermato che la Jihad in Siria è un obbligo (“wajib”). È perciò assai probabile che un numero ancora maggiore di combattenti stranieri giungano in territorio siriano, come di fatto è già avvenuto a Ramadan concluso. Al contrario, questa concentrazione verso la Siria parrebbe evitare una imminente, analoga chiamata alla Jihad anche in territorio egiziano.

Secondo i dati a disposizione di Zelin, gli stranieri che lottano a fianco dei ribelli anti-Assad sono circa il 5-10% delle forze di opposizione. Alcuni hanno avuto precedenti esperienze in Afghanistan, Iraq, Yemen e aree limitrofe. Per altri, è la loro prima Jihad. L’afflusso ha subito un deciso incremento a partire dall’estate del 2012. La gran parte dei combattenti stranieri appartiene ai due gruppi affiliati ad al-Qaeda: Jabhat al-Nusra e l’ISIS (ovvero, secondo l’acronimo inglese: lo Stato islamico di Iraq e al-Sham). Sempre secondo l’analista del Washington Institute, la maggior parte dei combattenti stranieri viene dal mondo arabo, specificamente Arabia Saudita, Libia, Tunisia, Egitto, Giordania, Libano e Iraq.

Jabhat al-Nusra è il gruppo jihadista più importante e attivo sul fronte del conflitto siriano, ed è appunto ritenuto da molti affiliato ad al-Qaeda. In una intervista a “The Economist”, uscita lo scorso maggio, un suo membro, ex insegnante e poi piastrellista, ha chiarito quali sono le posizioni del gruppo e quali obiettivi persegue. La caduta di Assad e del suo regime è solo la prima tappa. “Noi lottiamo per applicare quel che Allah disse al profeta Maometto, la pace sia con lui. Noi combattiamo affinché le persone non guardino alle altre persone ma solo ad Allah”. Queste le dichiarazioni dell’intervistato sul settimanale inglese, che aggiunge: “Noi non crediamo nella libertà assoluta: essa è circoscritta dalle leggi di Allah. Allah ci ha creato e sa cosa è meglio per noi”. E alla domanda su quale futuro egli veda per la Siria, il giovane combattente islamista risponde: “Noi vogliamo che in futuro sia l’Islam a comandare. Non una nazione con confini ma una “umma”, cioè una comunità di tutti i fedeli musulmani. Tutti i musulmani dovrebbero essere uniti”. Dal punto di vista dell’integralismo islamico, i sunniti che vogliono la democrazia sono “kuffar”, ossia degli infedeli, così come tutti gli sciiti. “Non si tratta di lealtà o meno al regime, ma della loro fede”, come chiarisce l’intervistato dall’“Economist”.

Analisi fornite da agenzie di “global intelligence” hanno confermato anche in queste ultime settimane come molte formazioni dei ribelli siriani siano composte da stranieri giunti dall’Europa. Il quotidiano spagnolo “El Mundo” ha fatto il nome del gruppo Jaish al-Muhajireen wal Ansar, noto in precedenza con il nome di Brigata Muhajireen, come uno tra i maggiori reclutatori di combattenti di provenienza europea. Secondo fonti cecene, il gruppo, composto da circa un migliaio di combattenti, ha condotto assalti nelle province di Aleppo, Laodicea (o Lattakia, in arabo) e Idlib. Dati dello scorso aprile, forniti da Gilles de Kerchove, coordinatore dell’antiterrorismo dell’Unione Europea, hanno stimato almeno 500 cittadini europei tra le file dei ribelli in Siria. La maggior parte provengono dal Regno Unito, dalla Francia e dall’Irlanda. Un più o meno coevo rapporto del Centro di Studi sul radicalismo del King’s College di Londra ha stimato in circa 600 gli europei in azione in Siria tra le fila dei ribelli. Provengono da 14 Paesi, inclusi Austria, Spagna, Svezia e Germania, oltre a quelli sopra menzionati. Peraltro, il Regno Unito si colloca al primo posto quale “fornitore” di combattenti jihadisti. Sarebbero, dunque, qualcosa di più del 5-10% dell’insieme del fronte di opposizione al regime di Assad.

Sono tutti dati alquanto approssimativi, perché le identità dei combattenti sono difficili da accertare e l’identificazione avviene solo dopo la loro morte in combattimento. Inoltre, non pochi dei “volontari” stranieri combatte su suolo siriano per un breve periodo, e poi rientra nel vecchio continente, pronto eventualmente ad impegnarsi su altri fronti nel Vicino Oriente o in Africa. Solitamente, un primo viaggio, quello di “iniziazione”, è stato compiuto da queste vere e proprie cellule terroristiche in Paesi come il Pakistan, l’Afghanistan e lo Yemen dove esistono numerosi e ben organizzati campi di addestramento. Gli stessi territori siriani adesso offrono un ambiente dove l’esercitazione diventa qualcosa di ben più impegnativo e probante di una simulazione, così come è stato a suo tempo – e, in parte, ancora è – per Afghanistan e Iraq. Da segnalare, infine, la presenza anche di donne tra i componenti dei gruppi estremisti e combattenti, anche kamikaze. La scorsa settimana, tra gli assalitori al centro commerciale di Nairobi risultano anche alcune donne. E anche in questo ultimo sanguinoso episodio, secondo la CNN, numerosi terroristi verrebbero dall’Europa, e almeno tre dagli Stati Uniti, per l’esattezza Minnesota e Missouri.

La situazione di alta instabilità politica determinatasi a seguito delle cosiddette “Primavere arabe” favorisce questa frenetica mobilità di “guerrieri di Allah”. Questa massiccia presenza di jihadisti residenti in alcuni paesi europei contribuisce a spiegare la più recente riluttanza di governi come quello inglese, ma anche francese (al di là del formale sostegno del presidente Hollande alla linea di Obama), a rifornire di armi i ribelli siriani, dopo le iniziali azioni diplomatiche che erano state tese a sospendere l’embargo su tale tipo di rifornimenti.

L’Europa resta dunque il “buen retiro” dell’islamismo combattente jihadista, ma potrebbe anche essere il contesto su cui questo potrebbe decidere improvvisamente di agire, anche se al momento il suo scenario di azione terroristica pare essere piuttosto l’Africa orientale, in particolare Kenia e Somalia, e il Pakistan, come dimostrano gli attentati degli ultimi giorni. Il terrorismo islamista non pare dunque, al momento, avere interesse a colpire e, di conseguenza, allarmare un’Europa che potrebbe ancora intervenire militarmente in Siria per indebolire, se non abbattere, il regime di Assad, e fare così indirettamente un favore all’internazionalismo jihadista. È anche con queste forme di ricatto indiretto e condizionamento delle relazioni diplomatiche che si muove la rete di al-Qaeda o di ciò che può averla sostituita, o incrementata. La globalizzazione rosicchia ovunque i confini, e li sbriciola, anche nel terrorismo.