Archivi del mese: maggio 2013

Rischio di tempi cupi per un’Italia assordata dal coro di tanti apprendisti stregoni

Vi ricordate la leggenda dell’apprendista stregone? Molti di voi avranno visto da piccoli, o rivisto da grandi, l’episodio del film Disney “Fantasia”. Basato sull’omonima ballata scritta da Goethe nel 1797, riprende un antichissimo racconto di Luciano di Samosata. Nel film d’animazione della Disney, Topolino è il giovane apprendista dello stregone Yen Sid, che, in assenza del suo maestro, prova alcuni trucchi magici, ma non sa come controllarli. Il tema è esattamente quello della ballata goethiana, dove si racconta di uno stregone che, prima di assentarsi dal suo studio, raccomanda al giovane apprendista di fare le pulizie. Quest’ultimo si serve di un incantesimo del maestro per dare vita a una scopa affinché compia il lavoro al posto suo. La scopa continua a rovesciare acqua sul pavimento, come le è stato ordinato, fino ad allagare le stanze. Ci vorrebbe una parola magica per spezzare l’incantesimo, ma, non sapendola, l’apprendista non trova di meglio che spezzare la scopa in due e così raddoppiarla, aumentando l’inondazione. Fortunatamente il ritorno del maestro rimette a posto le cose. La morale della ballata è nota a tutti e l’espressione “apprendista stregone” è ormai proverbiale: indica una “persona irresponsabile che applica metodi che non è poi in grado di padroneggiare, col rischio di provocare danni irreversibili per tutta la collettività”.

Quanti apprendisti stregoni si aggirano da molto tempo negli spazi pubblici della penisola, trasmessi via tv o in diretta streaming! L’Italia è assordata da un profluvio di notizie, che non sono tanto e solo cattive notizie, quanto e piuttosto notizie cattive, nocive, inquinanti e intossicanti la mente e il cuore di una cittadinanza a cui si iniettano dosi giornaliere di veleni e rancori. Notate come la cronaca nera sia debordata dai propri confini e quanto la cronaca politica sia rappresentata con toni e stilemi propri della nera. Drammatizzazione e colpevolizzazione, al limite della criminalizzazione, degli attori del proscenio politico, cui vengono affibbiate maschere da golosi antropofagi in una terra desolata quale sarebbe ormai l’Italia della crisi economica e della disoccupazione dilagante. La realtà è quanto mai dura, ma il raccontarla pubblicamente comporta una responsabilità, comunque, lo si voglia o no. E allora occorre fare attenzione al modo, avere senso della misura e della proporzione, contestualizzare e comparare.

Per tacere di tanti altri canali e programmi televisivi, prendiamo una trasmissione come “Quinta Colonna”, condotta su Rete 4 da Paolo Del Debbio e introdotta settimanalmente dall’editoriale di Mario Giordano: è la messa in scena del populismo nella sua forma più plateale, e per questo anche carnevalesca, a suo modo simpatica, se solo non si pensa alla delicatezza dei temi che intende trattare. Più si ascoltano gli abbozzi di ragionamento “in parole povere”, e perciò decantati come “democratici” e a favore della “gente”, che vengono espressi in trasmissione, e più la mente rotola giù fino allo stomaco e al più basso ventre. Di un’opera di delegittimazione a 360 gradi del sistema politico e sociale esistente “Striscia la notizia” è invece la divulgatrice più potente ed efficace, anche perché fa da anni milioni di ascolto ogni sera ed agisce al livello sottocutaneo della satira qualunquistica e apparentemente leggera e trasversale. Se aggiungiamo “Le Iene” di Italia Uno, oltre ad una pletora di programmi di “approfondimento” (?) più saltuari e meno seguiti, possiamo dire che le berlusconiane reti Mediaset contribuiscono in misura e con efficacia formidabile a convincere sempre più che tutto il male sta da una parte, tutto il bene dall’altra, e che nessuna istituzione che non sia un inviato col microfono, meglio se vestito con tuta bizzarra e variopinta e sorriso beffardo, merita credibilità e fiducia. Messaggio: è tutto una risata e quindi tutto da seppellire, o magari da lasciar così com’è perché almeno si ride (contrappasso conservatore della denuncia satirico-populistica). “Striscia” compensa in parte questo manicheismo mostrando quanta illegalità sia diffusa e praticata anche tra la società civile, e così corregge un po’ il tiro e articola il ragionamento in senso critico, anche se la tendenza resta quella populistica.

Ma che sto facendo? Non criticherò mica la satira, invocando, più o meno subdolamente, censure e divieti? E il mio liberalismo, allora? No, nessuna censura, solo constatare che la satira è diventata il modus cogitandi e il modus operandi, il modo di pensare e il modo di agire della stessa comunicazione politica che si vuole demofila e democratica. E questo ha delle conseguenze. Quali? Difficile dirlo con certezza d’analisi scientifica, ma è indubbio che tutto ciò che si propone in tv e in rete – ovvero i due mezzi maggiormente utilizzati per l’informazione e la trasmissione di notizie di natura politica – si declina a mo’ dei programmi che abbiamo sopra elencato.

Il dissenso è il sale della democrazia che si voglia anche liberale, e dunque non mutilata. Ci mancherebbe altro! Ma quel che fa specie del clima politico e culturale odierno è l’indiscriminata imputazione e condanna senza se e senza ma, senza distinzione e raziocinio, dell’alto da parte del basso, quella sorta di auto-assoluzione collettiva della società civile rispetto ad una classe politica eletta a capro espiatorio. Un clima da caccia alle streghe infervorato dai tribunali mediatici su cui si assidono novelli tribuni del popolo, autoproclamatisi tali in nome del moralismo, ovvero del modo più facile e utile per avere consenso, ovvero audience e ascolti. Per fare affari d’oro. Dare una valutazione morale, ci ricorda il sociologo Raymond Boudon, non richiede alcuna competenza particolare, mentre la capacità di comprendere “presuppone una concezione oggettivistica della conoscenza”. Non solo: “se un giudizio morale incontra la sensibilità di un particolare pubblico o se si conforma a dogmi che uniscono le persone che circolano in alcuni ambienti intellettuali particolarmente influenti, può essere molto vantaggioso anche dal punto di vista materiale“. Resta da chiedersi chi abbia creato quell’alto in un contesto che, fino a prova contraria, è di democrazia rappresentativa consolidata, magari mai compiutamente legittimata se non dall’erogazione a getto continuo di soldi pubblici spesi quali ammortizzatori (e non “incentivanti”) sociali.

Ecco che una colpa forse ce l’ha il capro espiatorio oggi in voga: non avere più quelle risorse pubbliche da spendere in deficit per accontentare nuove generazioni in fermento, esattamente come accadde tra anni Sessanta e Settanta. La risposta alla domanda “chi ha mandato l’alto lassù” è: il basso. Dalla società civile alla società politica, questo il tragitto, elezione dopo elezione, durante la Prima Repubblica, primo tempo di un sistema politico che vive ancora oggi il suo secondo tempo o i supplementari. Un primo tempo in cui, verso la metà degli anni Settanta, Dc (quella del “Belzebù” Andreotti), Pci (dei miliardi di rubli provenienti dalla totalitaria Urss) e Psi (già all’epoca “forchettoni nazionali”, ben prima dell’ascesa di Craxi) rappresentavano i 4/5 dell’elettorato nazionale. Nel 1974, tutte e sette le formazioni storiche della Prima Repubblica, Msi compreso, totalizzavano il 98% dei voti.

Assoluzione o rimozione dei limiti e dei guasti della Prima Repubblica? Nient’affatto, ma un semplice invito a riflettere sul manicheismo odierno che contrappone il Popolo buono al Principe cattivo. Sa tanto di favola a cui tuttavia molto si crede, così tanto da far pensare di avere non una cittadinanza matura e attiva, ma un popolo bambino, o che si finge puerile per mascherare con il vittimismo la propria malafede. Quella degli adulti che dovrebbero raccontare ai più giovani dove e cosa sono stati quando avevano la loro età, e la protratta, consapevole e compiaciuta corresponsabilità con quella partitocrazia che non è certo nata da venti o trent’anni. E, nel raccontarlo, far capire che c’erano condizionamenti e vincoli, anzitutto di natura internazionale, che fecero imboccare alla nascente repubblica italiana una stretta e ardua strada sulla via della democratizzazione. Scelte obbligate, in parte, scelte volute, dall’altra, ma sempre con il beneplacito di un elettorato che garantiva una presenza alle urne non lontana dal 100% ad ogni nuova tornata elettorale. Nessun’altra nazione europea come l’Italia. Una partecipazione massiccia, anche, e non solo, perché si stava bene, tutti, o moltissimi, ben pasciuti da baby pensioni (riconosciute dal 1973 al 1992, con ancora oltre 500.000 fruitori che costano oggi allo Stato circa 9,5 miliardi di euro all’anno), e poi scala mobile, assunzioni senza controllo nel settore pubblico, premi e assegni aggiuntivi ad libitum, ecc. ecc. Tutto regalato dall’alto, sì, ma spesso chiesto e preteso dal basso. E qualcuno poi si meraviglia del debito pubblico attuale.

Ricordo più di una conversazione ascoltata in treno durante il pendolarismo dei miei anni universitari. Primissimi anni Novanta. Un anno prima che scoppiasse Tangentopoli. Due viaggiatori che discorrevano con ironia di Andreotti, all’epoca presidente del consiglio (sarebbe stata la sua ultima volta a Palazzo Chigi). Ne sottolineavano la scaltrezza, l’assenza di scrupoli, anche, ma col tono di chi riconosceva nella furbizia una virtù invidiabile, secondo un costume tipicamente italiano, plurisecolare. La differenza con questa nostra ultima generazione di italiani che paiono mossi da purezza e intransigenza morale, e dunque presunta virtù iperdemocratica, è che ad essa non è toccata la pioggia dall’alto di risorse pubbliche calate per tacitare gli appetiti legittimi di una società civile che in larghi strati è stata da sempre abituata alla sovvenzione e all’ancoraggio presso il pubblico. E allora ci vorrebbe un po’ più di pudore e moderazione, pur nella severità di analisi e giudizio dello status quo.

Se solo oggi Letta & C. avessero a disposizione la spesa pubblica dei bei tempi andati! Qualcuno lo spera come ancora possibile, e allora via a gridare l’immediata uscita dall’euro! Torniamo alla sovranità nazionale di un tempo e al libero e bello deficit spending! Ma oggi incombe invece la spending review. A noi grilli ci tocca far le formiche. Ma guarda te! La rabbia generazionale è anche comprensibile, non v’è dubbio.

In un recente intervento sul suo blog, il Grillo dei grilli ha scritto: “La sensazione di essere circondati, “calpesti e derisi” dal Potere Costituito che sta muovendo ogni leva a sua disposizione per distruggere il M5S in effetti la si sente nell’aria. Un che di pesante, di torbido, annuncio forse di fatti gravi. Mentre l’opera di accerchiamento continua, un altro accerchiamento però avviene intorno al Potere Costituito. Sono i cittadini italiani la cui rabbia conosce bene chiunque frequenti un bar o una pubblica via”.

Ammettiamolo, è bravo a scrivere, quasi un poeta. Niente di più bello e suadente della poesia al potere, niente di più pericoloso se non controbilanciato: commistione da politica estetizzante, al potere nell’Europa tra le due guerre. Beppe Grillo: un apprendista stregone che si guardò allo specchio e vide alle sue spalle una pletora di altri apprendisti che l’avevano preceduto e ora l’accompagnavano. E un coro si levò dalla curva degli ultras in direzione dell’arena: “Dagli al politico! Dagli alla Casta! Ma sì, dagli anche al Parlamento, al governo e alle istituzioni tutte! Ripartiamo da zero, tanto sono solo macerie!” e via col pollice verso. Prima o poi arriva la raccolta di una pluriennale semina di grandine. Ed il frutto è la tempesta.